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  <title>bende_alle_mani</title>
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  <pubDate>Tue, 22 Apr 2008 09:17:06 GMT</pubDate>
  <title>storia d&apos;una fidanzata oltremare...</title>
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  <description>Qua vorremmo rassicurare coloro i quali passano occasionalmente per questo luogo, magari naso all&apos;aria, bordone stretto nel pugno, lungo una delle tante vie francigene telematiche (e poi si fermano a far merenda con pane e fave all&apos;autogrill di Radicofani!). Li si vorrebbe rassicurare perchè l&apos;abbiam già rotta la cagliata per la puntata nuova, la terza - come la misura di reggiseno che tuttora manda in solluchero la fantasia dei fanciulli quando ancora stanno nell&apos;adolescenza - della storia che avevamo in corso. Ciononostante, e siccome la cottura necessita ancora dei suoi tempi, pur anche brevi, per tener allegra l&apos;attenzione appunto francigena de&apos; viandanti in cammino, postiamo ora un&apos;altra storia tutta nuova, chiusa in sè, breve ma non greve, un po&apos; coi sogni ma anche con dentro l&apos;acuminato stillante (la vita, lo sappiamo, è così). Giusto per sostare, tirare il fiato, farsi pescar dentro dagli eventi, e poi ripartire si spera edificati da quanto appena visto e letto con tanto d&apos;occhi. E dunque, buon divertimento.&lt;br /&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/titolo.jpg&quot; /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name=&quot;cutid1&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/tav-1-col150.jpg&quot; alt=&quot;page 1&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/tav-2-col150.jpg&quot; alt=&quot;page 2&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/tav-3-col150.jpg&quot; alt=&quot;page 3&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/tav-4-col150.jpg&quot; alt=&quot;page 4&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/tav-5-col150.jpg&quot; alt=&quot;page 5&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt; FINE - THE END - FIN &lt;/b&gt;&lt;br /&gt;</description>
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  <pubDate>Tue, 01 Apr 2008 08:34:59 GMT</pubDate>
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  <description>&lt;a name=&quot;cutid1&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;i&gt;D&apos;Ambra tranquillamente avrebbe potuto certificare che: io a questo figlio mio ogni giorno gli misuro la percentuale di grasso corporeo col plicometro. Poi anche gli massaggio le mani con l&apos;olio d&apos;oliva, che è un segreto che m&apos;ha insegnato il mio maestro di quando ero stato non lontano dalla nazionale dilettanti e ti aiuta a non spaccartele perché tu lo sai, non è nemmeno questione di averle fragili o meno, la mani, piuttosto è proprio di colpire qualcosa di duro una volta dopo l&apos;altra. Mille volte, diecimila volte. E poi questo figlio mio non si è mai sicuri che s&apos;è ripreso bene dalla frattura allo scafoide. Io penso che l&apos;olio d&apos;oliva alle mani lo aiuta.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Benito D&apos;Ambra era di quelle persone venute al mondo nel segno di quella comune acqua di scolo della fortuna secondo la quale pranzo e cena quasi sempre li hai assicurati (con qualche ammanco, vuoi di grassi o proteine, a seconda delle male parate, della stagione, del bisogno di avventizi a cui dar lavoro, delle ubbie de&apos; caporali eccetera), ma niente di più. In altre parole, morir di fame non muori.&lt;br /&gt;Una volta di queste genti come D&apos;Ambra ce n&apos;erano moltissime, poiché ampie plaghe del suolo patrio avevano in forse la sussistenza e bisognava buttare il sangue mane e sera.&lt;br /&gt;Le donne malgrado loro avevano a figliare come coniglie e stavano nelle case senza l&apos;acqua corrente coi bambini in nidiata attaccati al corsetto. Gli uomini del resto possedevano una sola camicia bianca senza colletto, una giacca, un berretto, e il bicchiere di vino, nonostante le legne alcoliche che capitava loro di pigliarsi all&apos;osteria, avevano comunque il gesto di levarlo alla bocca con circospezione.&lt;br /&gt;Adesso per molti aspetti fortunatamente non è più così, anche se, al converso, ormai tutto quanto nel mondo nostro va avanti, per così dire, mosso da una rete assai ramificata di spin doctors annidati ovunque ci sia da spartirsi qualche cosa di manducabile, ciò a dirsi senza intento polemico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad ogni modo codesta realtà nazionale “di prima” fu quella in cui D&apos;Ambra venne su dall&apos;infanzia fino a quando lo mandarono a militare con la leva obbligatoria. Lascia stare che a scuola ci andò in maniera episodica, per usare un&apos;espressione che veramente non dice tutto, e che quindi invece che tra i banchi usciva per campi ad aiutare quando ce n&apos;era. Questo finché non partì ancora ragazzino per altre e lontane regioni. Mandava soldi a casa.&lt;br /&gt;La questione piuttosto fu il pugilato, poiché nella città del settentrione dove D&apos;Ambra andò a vivere, per le consuete ragioni d&apos;emarginazione e consequenziale ricerca del riscatto si trovò a frequentare una palestra di rione. Non che avesse gran voglia di fare a botte. O meglio, non se la andava a cercare, però se capitava -e capitava- certo non voltava la faccia dall&apos;altra parte.&lt;br /&gt;&apos;Tu capace che non ti fermi. Tu va a finire che se capita ancora che ti trovi in una storia come questa finisci a far male ma veramente a qualcuno&apos; gli disse una volta un amico che faticava con lui in cantiere, quando un gennaio all&apos;alba per strada stavano con mani e avambracci dentro alla neve a calmare le vaste ecchimosi bordeaux che vi si erano diffuse ovunque per via d’una rissa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=dambragiovane-1.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/dambragiovane-1.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In palestra certo a D&apos;Ambra lo disciplinarono, gli insegnarono anche molte cose, compreso a portar rispetto al maestro e a sopportarne i vaffanculi, per dire delle cose più lievi. Ma quello era anche un brav&apos;uomo: ti spiegava come stare al mondo, a combattere, ti faceva intravedere una strada.&lt;br /&gt;Calcola anche che il ragazzo D&apos;Ambra era una belva. Dal punto di vista del pugilato, non c&apos;era modo d&apos;incanalarlo. Andava all&apos;assalto come quei pazzi con la spada snudata che cadevano come mosche nelle cariche a cavallo. Pigliava un sacco di colpi, ma lo stesso t&apos;arrivava addosso a metterne a mazzi quasi non sentisse il dolore.&lt;br /&gt;Ricordava in piccolo l&apos;atteggiamento del vecchio Rocky di Ripa Teatina, la leggenda.&lt;br /&gt;L&apos;allenatore a vederlo così un po&apos; ci rimaneva contento, un po&apos; scuoteva la testa.&lt;br /&gt;&apos;O sei fatto di ferro, ma non sarei troppo sicuro, oppure ti romperanno il culo... vedi te. E dire che qua stiamo a fare tre riprese coi guantoni che sembrano cuscini’ gli diceva quando era di cattivo umore o forse particolarmente sincero.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Poi quel momento di speranza giunse al termine. Era stato un sogno, si capì poi, che era volato via come un lenzuolo fresco di bucato quando si scioglie dai fili per colpa del vento e va a terra in mezzo allo sporco del cortile.&lt;br /&gt;Arrivati ad un certo punto della strada il D&apos;Ambra da giovane non aveva più tempo per stare dietro a tutto; non c&apos;erano i mezzi, non c&apos;era il modo di pervenire ad un equilibrio tra il defalcare denari alla paga per mandarli al paese e il tenerne per sé.&lt;br /&gt;Probabilmente, e inoltre, non era un atleta che avesse caratteristiche da farlo spiccare tra gli altri. Si faceva rompere il muso e invece che bravo gli dicevano ch’era stato un pirla a vincere così, senza celare la mascella al nemico dietro una guardia che volevasi non-perforabile.&lt;br /&gt;E D’Ambra non capiva, seduto sul lettino degli spogliatoi con le stecche inastate d’ovatta ficcate in entrambe le narici ricolme di sangue. Un po’ anche s’incazzava, benché col rispetto residuale. Ma insomma, aveva vinto; che altro conta?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=dambragiovane2.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/dambragiovane2.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel tempo crescevano l&apos;età e i bisogni. Si era preso questa ragazzina. Col fatto che lavorava sempre più spesso fino a tardi per alzare una cifra bastevole, e che doveva pur andare a prelevarla, la ragazzina, con un Vespotto che aveva comprato forse addirittura di terza mano, saltò degli allenamenti.&lt;br /&gt;Perse tre, quattro incontri, cosicché una volta il maestro gli tiro il secchio di latta in testa facendogli un bernoccolo che torreggiò tra i capelli per giorni.&lt;br /&gt;La conseguenza fu quella: dopo un periodo di sfilacciamento smise alla fine D’Ambra con la boxe.&lt;br /&gt;In seguito sposò la ragazzina. Ci fece tre figli; uno nacque morto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da lì in poi diverso tempo trascorse, e col tempo succede che nelle giornate d&apos;un uomo proprio dentro alle parti fondanti proliferi una materia spugnosa che ha la parvenza di autentiche zolle di malcontento. Stazionano nel sangue e nell’umor acqueo.&lt;br /&gt;Si tratta di un curioso, forse deprecabile fenomeno del procedere la vita, secondo il quale quello che probabilmente hai scelto (ma non sempre ne hai avuto facoltà) come definitivo, ad un certo punto ti si frange tra le mani.&lt;br /&gt;Mostrata è la midolla, il corso della consuetudine e della necessità. Il moto dei rimpianti non vuole sentire ragioni e ti tira giù fin dentro a una morta vegetazione nella quale il passato acquista una fattibilità quasi fiabesca. Un passato nel quale tutto poteva succedere a colui che era il Prescelto.&lt;br /&gt;In questo, D’Ambra immaginò di come inderogabilmente avrebbe potuto finir con l’alzare le braccia da vincente, la cintura di campione di tutte le sigle che gli cingeva i fianchi. Sotto le luci che s’accendevano e spegnevano di gioia secondo un loro calibrato diagramma. Può darsi anche con i sopraccigli tagliati, ma pur sempre vincitore. L’irrealtà evidente di questa visione nella sabbia del tempo ad assumere contorni sempre più oggettivi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma come... c’erano stati il talento, la predisposizione. Se non fosse stato che le avversità della vita ti si sono accanite contro, quasi che il sistema tutto temesse ciò che di grande avresti potuto compiere. Tarpandoti le ali, azzerandoti, richiudendoti a tripla mandata nelle mende di un’esistenza qualunque.&lt;br /&gt;Quante cose si dimenticano o candiscono amare nel percepire la miseria dell’oggi…&lt;br /&gt;E&apos; questo un miraggio che ferisce la vista di molti, soprattutto quando la gioventù è trascorsa e si ha come la sensazione di non avere più alcuna via di scampo. Questa fu la frustrazione che visse D&apos;Ambra, messo ai ferri tra il faticare per pagare i conti e le necessità della famiglia.&lt;br /&gt;La vampata del suo ricordo di pugilatore si alimentò del nulla della quotidianità, e tutto ciò che il pater familias da se stesso spodestato ebbe in potere di fare per mantenersi alla superficie fu di riversare le proprie aspettative infelici su suo figlio Cosimo. Ossessivamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;b&gt;(fine della seconda puntata)&lt;/b&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;</description>
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  <pubDate>Sun, 09 Mar 2008 15:57:35 GMT</pubDate>
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  <description>&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=dambra.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/dambra.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name=&quot;cutid1&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Dopo quattro ore di lavoro sotto un cielo che sembrava dovesse piovere proprio quando t&apos;eri appena acceso da fumare, D&apos;Ambra finalmente ebbe modo di fermarsi per qualche minuto. Si trovava in una zona del cantiere dov&apos;erano circondati da terra rilevata in grossi cordoni che parevano anch&apos;essi, come le nuvole, sul punto di smottare tra cinque minuti neanche. Dalla sommità delle creste scivolavano brevi rigagnoli di sassi.&lt;br /&gt;Alla sigaretta in ogni caso D&apos;Ambra decise di dar il fuoco, che se fosse stato ancora lì a guardare in alto cosa faceva con la pioggia, non si sarebbe più tolto la voglia. E la voglia opprime, rende alla fine di poca reattività... come se già non bastasse il poco sonno di tutte le mattine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se ne ristette così in piedi a guardare il portante che stavano lavorando a porre dentro a quelle fondamenta, il calcestruzzo magro gittato alla base, lo scafo di tondini come embricato tutto attorno.&lt;br /&gt;Era da dirsi un lavoro fatto bene.&lt;br /&gt;Fumando a D&apos;Ambra venne l&apos;occhio anche alla punta delle polacche antinfortunistiche che aveva ai piedi, di come infine si fossero fatte di una cartapecora creata da un impasto di schizzi di calce con l&apos;intonaco.&lt;br /&gt;Prima o poi o finisce che si rompono come pane e mi ci scasso i piedi contro una barra di ferro che viene fuori da terra, pensò.&lt;br /&gt;D&apos;Ambra guardava dappertutto per non vedere da nessuna parte: ad esempio la mano intorno all&apos;elsa della paglia -la bragia inerte nelle volute di fumo- con appunto la mano che s&apos;era fatta di quel colore tra il bianco e il violetto degli inverni, quando il freddo vorrebbe aprirsi nel corpo potendo rompere l&apos;epidermide, mentre invece soltanto si limita a saggiarne la resistenza o a inciderla qua e là per via di qualche chiodo torto, una scheggia.&lt;br /&gt;Infatti le palme di D&apos;ambra erano piene di taglietti, alcuni rosati o col sangue, altri ricoperti dalla crosta. Esaminò anche quelli con annoiata curiosità, portandosi le zampe proprio davanti al viso.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una decina di metri più in là Volodymyr, l&apos;operaio ruteno, il biondo, stava accosciato presso una buca col metro a fettuccia che srotolava. L&apos;altro operaio, Matita, di Romania, era fermo accanto a lui con la marra tra le mani.&lt;br /&gt;D&apos;Ambra aveva comandato loro di mettersi un attimo tranquilli, che tempo ce n’era. Quelli come sempre s&apos;erano limitati semplicemente ad annuire come mussi nel pascolo. Che teste...&lt;br /&gt;A volte per qualche malestro li insultava, e loro annuivano. Magari poi in un&apos;altra occasione succedeva invece che glielo doveva proprio dire che ogni cosa era stata fatta per bene per cui lui in persona, il capomanipolo onniveggente, offriva da bere e fumare.&lt;br /&gt;Ma anche lì annuivano e basta, uguale a quando gli diceva li morti. Con ogni evidenza c&apos;erano momenti nei rapporti tra D&apos;Ambra e i suoi nei quali s&apos;impigliava una pastosa indistinzione di male/bene senza bilancio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Formavano in tre una piccola squadra tra i ranghi della manovalanza che lavorava alla posa di grandi prefabbricati di cemento in un&apos;area edificabile dove prima, per quanto constava a D&apos;Ambra, c&apos;era solo del terreno per uso agricolo. Adesso, morto l’erpice, le squadre in quella terra ci assemblavano una dietro l&apos;altra navate e transetti e navate di muro da vendere per l’insediamento industriale. Mettevano i montanti e le coperture eccetera.&lt;br /&gt;&apos;Riprendiamo!&apos; gridò D&apos;Ambra ai suoi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più tardi gli suonò il telefono. Benché facesse assai freddo, era sudato. Per rispondere si tolse il casco di sicurezza.&lt;br /&gt;Era Milesi, il capocantiere.&lt;br /&gt;&apos;Venite di qua?&apos; domandò.&lt;br /&gt;&apos;Tutti?&apos; rispose D&apos;Ambra, ma come sempre, e d&apos;istinto, prendeva tempo.&lt;br /&gt;&apos;Sono con gli impiantisti&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Ma ti servo io?&apos;.&lt;br /&gt;Milesi non rispose, si sentì nel sottofondo qualcuno che gli si rivolgeva e allora lui toglieva la voce da D&apos;Ambra e la dava a questa persona. Come quando l&apos;attaché arriva dall&apos;ambasciatore con la firma da apporre a qualche documento importante, così che quello deve mettere in attesa il suo interlocutore. Scusami un momento, dice l&apos;ambasciatore, ho qui una questione importante.&lt;br /&gt;Milesi però aveva questione soltanto dei diametri delle tubazioni da interrare.&lt;br /&gt;&apos;Che mi dicevi?&apos; riprese poi.&lt;br /&gt;&apos;Se devo parlare io con gli impiantisti, che gli dico?&apos; disse D&apos;Ambra.&lt;br /&gt;Prendeva tempo.&lt;br /&gt;&apos;Eh... ma no, che hai capito. Ti chiedevo se venivate qua a mangiare, che ho mandato a pigliare la pizza al trancio. Dai venite, il ragazzo tra poco ritorna. Gli ho detto di andare vicino allo scalo, che c&apos;è un posto che la fanno veramente buona cazzo&apos; s&apos;infervorò Milesi, anche se non si capiva il perché di quei particolari.&lt;br /&gt;&apos;Allora adesso veniamo&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Sì ma alla svelta, che si freddano in un minuto&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Veniamo subito, allora&apos;.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=piedi.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/piedi.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Chiuso il telefono, D&apos;Ambra si volse verso i suoi operai.&lt;br /&gt;&apos;Dice Milesi che ha mandato a prendere la pizza... non chiedetemi perché. Bisogna andare&apos; fece grattandosi il cranio. Peraltro l’idea della mozza calda sul pomodoro non gli dispiaceva affatto. Può essere che c&apos;avevano fatto mettere anche le acciughe&lt;br /&gt;Fu allora che vide che Matita stava già masticando il suo consueto panino con il prosciutto cotto e gli sgombri. Dover interrompere un’intrapresa siffatta poteva riuscirgli ma neanche inammissibile, forse addirittura un’offesa diretta. Infatti mise uno sguardo torvo.&lt;br /&gt;&apos;Cazzo, ti puoi mangiare i tuoi pesci e pure la pizza! Non diciamogli di no a Milesi, che non capita sempre che è messo così in buona. Oh!&apos; si spazientì D’Ambra a quell’occhiata.&lt;br /&gt;Volodymyr invece era già contento. &apos;Doppio formaggio?&apos; chiese mettendo le dita a forma di V.&lt;br /&gt;&apos;Ma che cazzo ne so...&apos;.&lt;br /&gt;D&apos;Ambra aveva già i suoi pensieri di suo, ed esulavano dalle questioni di lavoro. Sterri, scavi... nello smosso c&apos;era materia fertile perchè in qualche maniera non si desse pace, anche se era sereno da giorni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Però a Matita lo dovette spingere. E quando arrivarono c’erano già i cartoni aperti fumanti nell&apos;aria fredda dentro al fabbricato loro dove avevano spazio comune e spogliatoi. La mozzarella, ancorché non doppia, s&apos;era come un po&apos; incollata al coperchio di cartone e faceva la barba mentre Milesi personalmente sprimacciava le fette, che quello con la ruota in pizzeria non le aveva veramente separate bene. Ti pareva.&lt;br /&gt;&apos;&apos;Sto zingaro e rottinculo...&apos; chiosò il capocantiere.&lt;br /&gt;&apos;Oh oh oh&apos; emise sorridente Volodymyr mentre s&apos;avvicinava alla pizza fregandosi le mani per la soddisfazione.&lt;br /&gt;Mentre tutti mangiavano si poteva vedere Matita che addentava leonino una fetta grande così. Scomparso il cipiglio, dalla tasca gli spuntava morsicato il panino prosciutto e pesciacci.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;****&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando la sera D&apos;Ambra tornò a casa aveva la pelle ruvida della strigliata che s&apos;era dato nelle docce del cantiere. Intorno alle unghie permaneva il residuo pastrocchio dello stucco, datosi che non c&apos;era modo di tirarlo via definitivamente se non lasciando che si facesse lamina.&lt;br /&gt;Dalla cucina ecco alzarsi nell&apos;aria il suono sfrigolante della roba in padella.&lt;br /&gt;D&apos;Ambra appese il giaccone all&apos;attaccapanni mentre, da una stanza all&apos;altra, traverso il corridoio, sbucava la figlia, chinata, tenendo per le mani alte suo figlio piccolo per aiutarlo a camminare. Traballava di poco appoggio il bambino, con la circospezione inconsapevole chi cammina sulla banchisa in punto di rompersi.&lt;br /&gt;&apos;Ma cosa abbiamo qui?&apos; sorrise D&apos;Ambra accosciandosi.&lt;br /&gt;Allungava le braccia e prendeva il nipote. Oh finalmente.&lt;br /&gt;&apos;Siamo passati a salutare. Tra poco ci viene a prendere Francesco&apos; disse la figlia guardandoli.&lt;br /&gt;Il bambino ciangottava appresso al nonno che lo sollevava verso il soffitto. Lo alzava e lo abbassava, lo alzava e così via.&lt;br /&gt;Dalla cucina si affacciò anche la moglie di D&apos;Ambra, col grembiale annodato ai fianchi.&lt;br /&gt;&apos;Ciao!&apos; disse forte.&lt;br /&gt;&apos;Vi fermate qua a mangiare?&apos; chiese lui alla figlia.&lt;br /&gt;&apos;No, Francesco vuole essere a casa presto perché c&apos;è la partita&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Quale partita, oggi che siamo a mezza settimana?&apos;.&lt;br /&gt;&apos;C&apos;è l&apos;anticipo. Sai com&apos;è, Francesco dice che è per la coppa. Poi lui è fissato con questa cosa... la coppa, la partita. Finisce che sono diventata esperta anch&apos;io&apos;. La figlia rise di codesta anomalia nel loro piccolo cosmo.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=mano-paglia.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/mano-paglia.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Il nonno pensò invece che suo genero Francesco era un coglione.&lt;br /&gt;Si distolse subito dal pensiero col fare versi uguali a quelli che gli faceva il nipote in braccio, ma ancora più inarticolati e barbuglianti, perché quella sua lingua d&apos;infante non l&apos;avrebbe mai imparata per davvero, come capita a chi rimane straniero irrimediabilmente.&lt;br /&gt;&apos;Ma che glielo dici a fare a tuo padre...&apos; ribatteva intanto la moglie di D&apos;Ambra &apos;che a lui lo sai che gli interessa vedere soltanto il pugilato&apos;.&lt;br /&gt;Quello giocava col bambino, e pareva non ascoltasse.&lt;br /&gt;Successivamente, in un farsi quotidiano, indistinto, gli pervennero frasi che s&apos;accavallavano su cosa c&apos;è stasera per cena; Francesco si mette sempre a dormire già alle dieci sul divano ché lavora troppo e allora secondo lui si vede che non abbiamo niente da dirci; il bambino che gli ho provato la febbre con l&apos;istrumento che s&apos;infila nell&apos;orecchio ed è molto più comodo così anche se a comprarlo costa abbastanza; tuo frate Cosimo che adesso, veramente, va bene. Ma davvero? Sì veramente benissimo che ancora guarda non ci credo, col lavoro e tutto e poi tuo padre lo conosci, gli sta addosso... Quanto ci ho penato io. Lo so lo so.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&apos;Cosimo ha telefonato?&apos; chiese allora D&apos;ambra. Poi ancora. &apos;Nel cantiere mentre ancora stavamo nella fondazione capitava che non riceveva. Magari ha telefonato qui...&apos;. Inoltre. &apos;Tu che gli fai da mangiare stasera Maria? Hai visto la tabella per la dieta eh...&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Ma non è possibile che lo devi tenere a balia questo figlio tuo. E comunque no, non ha telefonato... che doveva telefonare poi, che stasera sta agli allenamenti, lo sai&apos; sbottò alla fine la moglie.&lt;br /&gt;D&apos;Ambra fece come un gesto di accigliata noncuranza.&lt;br /&gt;&apos;Dio che ansia: chiede sempre la stesse cosa, ma scusa&apos; disse ancora la moglie all&apos;indirizzo della figlia.&lt;br /&gt;Il bambino rimesso a terra, ma sempre tenuto braccia in alto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;b&gt;(fine della prima puntata)&lt;/b&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;</description>
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  <pubDate>Wed, 30 Jan 2008 23:06:08 GMT</pubDate>
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  <description>&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=circo.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/circo.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Quando vide arrivare la portinaia con la cartolina in mano, il giovane Garavaglia subito sorrise nel vedere confermato il proprio ascendente. Attendeva infatti che gli scrivesse una signorina con la quale aveva da poco dato inizio ad una schermaglia di biglietti per posta pneumatica e brevi passeggiate dopo il lavoro.&lt;br /&gt;A quella consuetudine si era sottratto con discrezione tre giorni prima, senza dare ulteriore segnale di sé. Ora attendeva di raccogliere i frutti d&apos;una tattica vecchia ma affidabile come il paio di scarpe che aveva messo via nella scatola in cima all&apos;armadio. Non dubitava che lei lo cercasse. La stava coltivando con oculatezza.&lt;br /&gt;Con sorpresa dovette però constatare che non era lei la mittente della cartolina.&lt;br /&gt;Anzi, il giovane Garavaglia nel leggere il breve messaggio venne mutando da una sorridente condiscendenza ad una perplessità che gli metteva una nube in volto. L’immagine della signorina scomparve dalla sua mente e vi si appalesò invece la faccia camusa, sopracciglia biondicce, del buon Rovati. Ma tu guarda...&lt;br /&gt;&lt;a name=&quot;cutid1&quot;&gt;&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;Ecco, non si dica che s’era dimenticato di quanto accaduto, ormai diversi mesi prima, durante quella che potevasi definire niente di più d’una narcisata tra amici nemmeno troppo stretti. Anzi, ci pensava persino spesso, per quanto si trattasse di un pensiero a bassa intensità, ovvero non di quelli che possono aggredirti nei momenti in cui stai con la guardia abbassata. Inoltre di sicuro non gli proveniva da un verminaio di pensieri che seguitano ad agitarsi nel profondo. No. A Rovati ci arrivava in quiete e con la sua propria consapevolezza, oltre che con pena sincera e una certa curiosità. A quel punto si domandava e rispondeva: ‘ma come starà? Meglio?.... Ma certo, starà bene senz&apos;altro, sì’.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il tutto, per l&apos;imbizzarrirsi di refoli di cattiva coscienza, durava un attimo. A seguito di essi il giovane Garavaglia si rimproverava di essere andato a trovare Rovati solo una volta, e nel periodo immediatamente successivo il fatto. Poi più niente, per mesi. Il cronicario distava molta strada; c&apos;era da prendere il treno per andarci. E poi aveva sempre qualcosa a tirarlo per la giacchetta. Ora una settimana di lavoro particolarmente intensa, col padrone che vagava intrattabile tra i sacchi di granaglie nel fondaco. Quell&apos;altra volta in cui la troppa eccitabilità degli occipiti lo lasciava la sera con un mal di capo che gli oscurava addirittura la vista. Poi vi era l’altro passatempo d&apos;andare al mare con qualche compagno, la domenica, cercando d&apos;agganciare gruppi di fanciulle coi loro bei cappelli di paglia in testa, quando la mattina di buonissima ora stavano sotto la pensilina della stazione anch&apos;esse dirette fuori città. Al mare nella bella stagione.&lt;br /&gt;Ma erano soltanto scuse, si diceva in un impeto di sincerità il giovane Garavaglia. Che avesse rimosso? Ma no... che idea, invece ci pensava al povero Rovati. Però poi la cattiva coscienza eccetera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;b&gt;****&lt;/center&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se si va al lavoro in un quadrilatero di vie di primo fuoricittà nelle quali è denso il farsi l&apos;uno dietro l&apos;altro di opifici, magazzeni (anche con la volta in mattoni), uffici d&apos;amministrazione, rivendite all&apos;ingrosso, finisce che poi ci si trova all&apos;ora di pranzo sempre nelle medesime trattorie.&lt;br /&gt;Quella dove andava a sfamarsi il giovane Garavaglia era in un palazzetto giallo a due piani vicino alla ferrovia. Dietro dava su un pergolato dov&apos;era anche il gioco delle bocce. Tenutari erano marito e moglie non più giovani, insieme al figlio e alla moglie di lui. Vi si mangiavano grosse bielle di maccheroni nere di pepe e carni stracotte fatte alla maniera casalinga. Il vino era di due tipologie: giallo carico piscia d&apos;asino, oppure rosso con un ritorno di fuoco greco. Vini spessi, i quali facevano sì che il giovane Garavaglia quando tornava al suo lavoro nel fondaco avrebbe desiderato stramazzare nascosto tra i moggi di grano a dormire per tutto il pomeriggio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad ogni modo fu nella sala di mescita, in quel gran traffico di piatti fumanti, ch&apos;egli incontrò Ermanno Rovati.&lt;br /&gt;Rovati lavorava allo zuccherificio nella strada avanti; stava in una squadra con altri due operai presso delle macchine molto moderne che servivano a procedere nella trinciatura delle barbabietole. Diceva che lui e i suoi compagni quelle macchine le oliavano, le accudivano e le sentivano financo respirare da ferme, anche se ferme propriamente non restavano mai.&lt;br /&gt;Parlando con Rovati ne traevi l&apos;impressione di un buon giovane, di quella recente schiatta operaia che non disdegna il migliorarsi per cercar di farsi un&apos;idea di com&apos;è il mondo per davvero. E poi era una persona semplice, di buona compagnia, anche se qualche volta era capace che gli andava il sangue agli occhi e allora si sarebbe pestato con chiunque. Quelle volte che lo vedevi capitare non ci credevi, perché appunto di norma era un ottimo ragazzo. Del resto ognuno ha le sue debolezze, via.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con lui ed altri, alla trattoria, il giovane Garavaglia s&apos;era trovato in un gruppo di giovani scapoli con la voglia di darsi al buon tempo, quando si poteva. Per quanto tra loro non potessero dirsi amici in senso stretto, avevano comunque cominciato a vedersi anche fuori dal lavoro. Passavano le domeniche libere al caffè, o frequentando sale da ballo. Di stagione come s&apos;è detto andavano al mare con la ferrovia suburbana. Inoltre, occasionalmente, quando non erano in ristrettezze, a ranghi compatti facevano visita anche a qualche casa discreta dov&apos;era possibile intrattenersi con delle belle ragazze capaci financo di fare della piacevole conversazione prima di salire in camera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La cartolina consisteva di due brevi paragrafi. L&apos;aveva scritta la vecchia madre di Rovati.&lt;br /&gt;Il giovane Garavaglia uscì dunque in corridoio a telefonarle. Contro la porzione di parete sotto il telefono qualcuno aveva dimenticato un triciclo per bambini. Mentre parlava il giovane Garavaglia sovrappensiero poggiò un piede sulla sella come sopra un gradino. Con la mano libera invece si grattava un orecchio. Vecchia abitudine che aveva.&lt;br /&gt;La mamma di Rovati intanto gli diceva che la buona, anzi incredibile novella le era giunta già tre mesi prima, per cui dopo un&apos;iniziale deliquio che, a causa della sua non più robusta costituzione, l&apos;aveva spedita dritta come un fuso per due settimane a star coricata sul sofà, che infatti se non avesse avuto ad assisterla una sua vicina caritatevole, provvidenziale... dopo il prevedibile sbandamento dell&apos;anima frale, aveva cominciato a familiarizzarsi con quella nuova realtà e che quindi se non fosse stato perché non ci aveva i soldi per andare nella regione vicina dove un luminare dell&apos;angiologia iniettava nelle varici dei sopravvenienti da tutto il Nord della nazione un siero con funzione scoagulante di sua invenzione e che era miracoloso. Cioè se ella mamma di Rovati avesse avuto la disponibilità economica per andare laggiù a fare i dovuti trattamenti in endovena allora ecco che forse, con le gambe tornate buone...&lt;br /&gt;Ma il giovane Garavaglia aveva smesso di ascoltarla quasi subito. Gli pareva di aver in corso commerci con la sua stessa madre, chiacchierona all&apos;identica maniera, tanto che suo padre lo ricordava sempre fuori sulla ringhiera a fumare e guardar giù nella corte per non sentirla. Perché a certe persone gli butti un osso di conversazione e loro lo triturano con una ferocia da sauri.&lt;br /&gt;Ciononostante il giovane Garavaglia si disse infine pronto ad accettare l&apos;incarico, per cui si misero d&apos;accordo perché si recasse il giorno successivo a casa della vecchia -che poi era anche quella dove viveva Rovati, datosi ch&apos;egli non aveva mai abbandonato la casa dei genitori, ciò per una serie di ragioni che gli doveva anche aver raccontato- a farsi spiegare nel dettaglio cosa c&apos;era da fare, a chi bisognava domandare una volta là.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;b&gt;****&lt;/center&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il giovane Garavaglia ricordava con esattezza tutto quanto era successo nella primavera dell&apos;anno precedente. Le gemme sugli alberi s&apos;erano schiuse da tempo in fiori. La stagione era nel pieno e come spesso accade dopo le strecture anche psicologiche cui paiono costringere i mesi freddi, la gente usciva volentieri a passeggio per le strade. Sotto le volte del fondaco in certe giornate faceva già così caldo che c&apos;era da mettersi in maniche di camicia quando facevi il giro delle sponde a contare i carichi.&lt;br /&gt;Con la primavera, nel ramificarsi dei paesi ben fuori la cerchia delle antiche mura cittadine andavano cominciando le prime sagre. E infatti il gruppetto di scapoli della trattoria aveva già trascorso un paio di divertenti domeniche nel sole a mangiare pesciolini fritti, o da immersi nella calca de&apos; festeggiamenti per il santo patrono -che coincideva anche con le giornate della fiera del bestiame- in una città vicina che a raggiungerla bastava la bicicletta.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=infermiera.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/infermiera.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Quella domenica per vari motivi s&apos;erano ritrovati soltanto in tre a muovere verso l&apos;estrema periferia, che a quel tempo non era molto lontana dal centro. Ci si arrivava per una strada bianca di terra battuta, e larga e dritta. Finita la strada, si approdava in una zona di sterri, poiché nelle vicinanze stavano scavando le fondamenta per dei nuovi quartieri d&apos;abitazione. Poco più avanti, altri ostacoli non rimanevano al principiare del tipico paesaggio di rogge e pioppeti.&lt;br /&gt;Era lì che avevano installato il tendone del circo. Lo si vedeva già in distanza, assiso in uno spiazzo aperto, a strisce gialle e verdi, le bandiere che garrivano allegre alla sommità. Tutt&apos;intorno poi, come il sorgere di certe corti dei miracoli intorno ai luoghi di una santa apparizione, laddove la spada aveva fesso la pietra facendone sgorgare acqua benedetta, agglomeravano piccoli e grandi padiglioni dei divertimenti. C&apos;erano i tirassegno alle pipe di gesso, le giostre con i cavallini, la pesca dei biglietti della lotteria con un pappagallo che estraeva i biglietti da dentro un bussolotto. Tutte queste attività era accompagnato in continuo dalle note degli organetti di Barberia.&lt;br /&gt;Gente in giro dovunque. Si percepiva quella curiosa commistione di allegria e appassimento, che il giovane Garavaglia, persona forse, ma forse, di una qualche sensibilità, aveva già avuto modo di constatare in altre occasioni consimili. La dura legge che faceva caduche le giornate libere dai gravosi impegni del lavoro pareva leopardianamente mordere alle terga tutta quella gran massa. Questa l&apos;impressione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insieme a Rovati e al giovane Garavaglia c&apos;era un altro operaio dello zuccherificio, un certo Sala, un lungagnone non particolarmente intelligente ma con cui sempre avevi da fare delle gran risate. Strada facendo i tre si erano levati la sete visitando alcune osterie incontrate per via. A vuotar fiaschi non si sa quanti, per i quali lasciavano sul tavolo diverse monete.&lt;br /&gt;C’era nell’aria un diffuso tepore. Alla fine faceva venir voglia di poggiare i piedi stanchi sull&apos;impagliato della sedia e assopirsi con la testa sul primo foglio di giornale che capitava. Ma Rovati voleva andare ad ogni costo alla fiera, vai a capire..., anche se gli altri sarebbero rimasti volentieri nella veranda a lasciar svaporare tutto quell&apos;alcole meridiano.&lt;br /&gt;Inutile dire che erano imbriachi forte, con lo stomaco pieno di vino e con la materia solida fatta soltanto di qualche uovo sodo buttato giù tanto per accompagnamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giunsero dunque ai divertimenti che erano già le quattro di pomeriggio passate. Erano scamiciati, un po&apos; frusti, molto allegri. Camminavano tenendosi a braccetto e tra le risate di qualcuno accennavano passi di danza procedendo tutti assieme. Fischiavano alle ragazze e si chiamavano a gran voce in mezzo alla folla quando capitava loro di sciogliersi di braccio. Ma non riuscivano importuni; chi li incontrava finiva a pigliarli con una certa condiscendenza, scuotendo al massimo la testa come si fa davanti agli ubriachi che non danno fastidio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A un certo punto Rovati s&apos;era fermato a leggere il manifesto dello spettacolo affisso davanti al tendone del circo.&lt;br /&gt;&apos;Venite qui!&apos; richiamò a gran voce gli amici, che erano andati avanti di qualche passo.&lt;br /&gt;Altri curiosi s’erano radunati accanto all&apos;ingresso.&lt;br /&gt;&apos;Che c&apos;è?&apos; chiese Sala avvicinandosi.&lt;br /&gt;Rovati in quel momento pareva snebbiato dalla ciucca. Perlomeno lo sembrava mentre diceva: &apos;Da che manca poco… andiamo dentro! Pago io i biglietti per tutti&apos;.&lt;br /&gt;Gli altri due si guardarono.&lt;br /&gt;&apos;Ma al circo ci vanno i bambini con le balie... che ce ne deve importare a noi di quella roba lì?&apos; disse il giovane Garavaglia, il quale non aveva voglia di entrare.&lt;br /&gt;Peraltro la sua, di ciucca, dall&apos;euforia andava mutandosi in altro. Sentiva nello stomaco una sensazione sgradevole, tra greve e fredda. Capì che si stava mettendo male e che ogni cosa penetrata nelle sue trippe nel corso della giornata avrebbe finito col riversarsi fuori. Poi lo sapeva, da altre volte che gli era capitato, che in simili frangenti anche l&apos;intestino gli si slacciava. Passi per il vomito, ma dove sarebbe andato a farla? E se finiva sul punto di esplodergli nelle brache mentre era lì in mezzo a mille persone, senza via di scampo? Due gocce di sudore diaccio presero a scendere lungo la fronte. Soprattutto perché l&apos;ansia amplifica le male reazioni della materia di tenebra dentro all&apos;addome.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto come invasato da un&apos;ispirazione improvvisa, Rovati s&apos;era lanciato sul botteghino, causando in ciò le proteste di quelli che erano in fila regolarmente. Grosso e incattivito com&apos;era, lo lasciarono perdere dopo un paio di mugugni.&lt;br /&gt;Tornò trionfante coi biglietti in mano. Certi occhi da pazzo... la ciucca gli aveva preso in una direzione che non gli si conosceva. Cominciò a strattonare per il braccio il giovane Garavaglia, il quale faceva resistenza lamentandosi che stava male.&lt;br /&gt;Ma anche Sala, contagiato dall&apos;euforia di Rovati si mise a spingerlo avanti. Inoltre arrivò all&apos;improvviso un gruppo di uomini e donne di gran carriera, non si capiva da dove, all&apos;apparenza sbucati dal nulla, che a loro volta pressarono i tre amici a violare il tendaggio d&apos;accesso al padiglione del circo. L&apos;uomo dei biglietti, imperturbabile, staccava tagliandi praticamente a macchina.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dentro il giovane Garavaglia avvertì la temuta contrazione dell&apos;intestino. Un gonfiore di topi amari nella pancia, e vide viola. Dovette seguire da piegato in due un Rovati che procedeva sempre spiritato, con il viso pavonazzo, i capelli sudati, e tirandoli tutti in fila lungo i camminamenti formatisi negli spalti gremiti. Tanta era la foga che allontanava coi piedi quelli che in mancanza di meglio s&apos;erano seduti sui gradini tra un settore e l&apos;altro. Uno per reazione gli sputò sui calzoni.&lt;br /&gt;Infine giunsero in un posto relativamente vicino alla pista, dove finalmente si fermarono. Fu allora che il giovane Garavaglia riuscì a tirarsi dritto. Nel mezzo della pista di rena vide allora un ring regolare. Malgrado la confusione di cervello e busecca che aveva, ne rimase sorpreso. Si aspettava di vedere i clown o le tigri, e invece c&apos;era gente fino a laggiù, fin quasi attaccati al quadrato.&lt;br /&gt;&apos;Fanno la boxe? La lotta? Non ci sono i giocolieri?&apos; stava chiedendo nel frattempo Sala, il quale le cose non le capiva mai al primo colpo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rovati bruscamente gli diede una manata sul braccio e fece segno di far silenzio. Sul ring infatti era salito un curioso omino con la bombetta in testa e delle bretelle sgargianti sopra una camicia a righe. Nella mano stringeva un bastone da passeggio col pomo d&apos;avorio.&lt;br /&gt;&apos;Attenzione attenzione!&apos; si mise a berciare con una voce che non gli si sarebbe immaginata così stentorea.&lt;br /&gt;Anche il fragore allo stomaco del giovane Garavaglia si placò per un momento. Ma non si riusciva a capire bene tutto quello che diceva l&apos;omino, poiché c&apos;era come un brusio continuo che sotto il tendone riverberava fino a diventare un rombo.&lt;br /&gt;Si udì strillare: &apos;duemila lire!!&apos;, al che il rombo divenne addirittura furibondo.&lt;br /&gt;Poi, tra parole cancellate dal rumore: &apos;chi avrà il coraggio di affrontare... tre riprese di tre minuti.... l&apos;invitto, l&apos;imbattibile...&apos;.&lt;br /&gt;Qua seguì un attimo di relativa quiete.&lt;br /&gt;Ancora, nel rombo: &apos;e dunque, più forte dell&apos;invincibile Mafarka il futuristaaa!!.... fate largo al-grande-Alcide-Testa!&apos;.&lt;br /&gt;Di tra l&apos;uggiolio della gente fu allora che scavalcando le corde entrò sul ring un bestione indefinibile. Si può dire che assomigliasse al Mangiafuoco della favola di Pinocchio, ma nelle versione in cui l&apos;illustratore s&apos;era dato alle personificazioni più crude de&apos; misteri dell&apos;universo fiabesco. Di pesci carnivori e intimorenti burattinai. Perché Alcide Testa era una specie di dorsale appenninica ma di molto pelosa e ficcata dentro a mutande da lottatore, con addosso una maglia color granata che metteva in evidenza un&apos;epa parecchio spessa. Ai polsi aveva fasce di cuoio, alle mani guantoni da pugilato. La testa di capelli pazzi e i sopraccigli, gli occhi di bragia erano appunto quelli di Mangiafuoco.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=imbonitore.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/imbonitore.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&apos;Cristo santo quanto è grosso...&apos; disse Sala emettendo un fischio.&lt;br /&gt;Il giovane Garavaglia si accasciò: cosa stavano volendo da lui? Stava male, avrebbe esondato di liquidi osceni e vergogna tutto assieme.&lt;br /&gt;L&apos;omino urlava ancora ma lui non riusciva proprio a capire: c&apos;era una massa di suoni indistinti che lo assediava. Avrebbe voluto vomitare e defecare e sanguinare tutte appunto in contemporanea. Nondimeno chiese con un fil di voce a Sala (Rovati aveva lo sguardo fisso laggiù e sembrava non intendere nulla): &apos;ma cosa dicono?&apos;.&lt;br /&gt;Sala, vinto dalle fatiche della ciucca, s&apos;accasciò a sedere.&lt;br /&gt;&apos;Dice che gli danno duemila lire a quello tra il pubblico che sale a fare con quella bestia lì. Voglio dire, gli danno duemila lire se resiste tre riprese per tre minuti&apos; rispose Sala.&lt;br /&gt;&apos;Ah&apos; disse ancora il giovane Garavaglia e chiuse gli occhi.&lt;br /&gt;In quel momento la voce di Rovati si levò su tutto. &apos;Vengo io!&apos; gridò.&lt;br /&gt;Partirono subito urla, applausi, e tutti gli occhi si volsero nella direzione dell’operaio.&lt;br /&gt;Sala ebbe un sussulto. ‘Ma che cazz… Ermanno’ esclamò, mentre intanto gli dava di gomito al giovane Garavaglia, che però, da dentro la narcosi, non poteva rispondere.&lt;br /&gt;&apos;Un incoraggiamento al valoroso!&apos; riprese a berciare la voce dell&apos;omino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Passato un po&apos; di tempo, il giovane Garavaglia si sentì tirare in piedi. Aprì gli occhi e vide la schiena di Rovati già lontana, mentre tra due ali di folla si dirigeva verso il ring. A tenerlo ritto invece era Sala.&lt;br /&gt;&apos;Quello là è diventato completamente scemo, vuole andare a fare a sberle con la bestia. Mi ha detto che noi siamo i suoi padrini, anzi i suoi secondi... vieni un po&apos; qui&apos; disse, aiutando/guidando l’amico ad attraversare insieme a lui le stesse ali di folla.&lt;br /&gt;Non si sa come arrivarono sotto il ring, dove trovarono Rovati con gli occhi fuori dalla testa e vieppiù scarmigliato.&lt;br /&gt;&apos;Era ora...&apos; quasi li aggredì &apos;venitemi a aiutare coi guantoni e tutto&apos;.&lt;br /&gt;Così che Sala lo seguì per i tre gradini che portavano a salire al recinto.&lt;br /&gt;Il giovane Garavaglia invece trovò di nuovo incredibilmente una seggiola accanto a sé e si sedette mezzo morto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non vedeva cosa stava succedendo sul ring. Stava lì riverso ad occhi chiusi avvertendo il malessere che gli saliva dentro come toccando il livello di guardia. Qualcuno di quelli assiepati dietro allungava la mano e gli toccava la schiena, o gli davano delle sberlette sulla testa facendo brutti versi. Sarebbe stato da volgersi veramente di cattiveria verso quei ragazzi cretini e sputargli in faccia.&lt;br /&gt;Sopra l&apos;omino con le bretelle parlava e parlava, ma non si riusciva a capire quello che diceva. Arrivavano applausi e urla a onde, in corrispondenza di questa o di quella frase. Quando il giovane Garavaglia aperse gli occhi di una fessura, vide Rovati a torso nudo che si dava come la mano con il bestione Alcide Testa. Solo che avevano i guantoni di color bruno alle mani, che così parevano delle grosse chele.&lt;br /&gt;Ognuno dei contendenti aveva dietro il proprio secondo con le mani sulle spalle. Sembrava addirittura una cosa seria, invece che uno spettacolo di baraccone. L&apos;omino con le bretelle officiava a bastone levato in alto. Rovati con l’aria di compreso nel ruolo. Invece Sala, ma forse era solo una fugace impressione di quello che guarda da giù, sembrava terreo in volto.&lt;br /&gt;Quando tutti si portarono all&apos;angolo prima che si desse il primo colpo di gong, sia Rovati che Sala si volsero verso il basso a guardare l&apos;amico.&lt;br /&gt;&apos;Ma come sei messo? Ti senti bene?&apos; chiese Rovati con splendida incoscienza.&lt;br /&gt;&apos;E&apos; ciucco tradito&apos; disse Sala a sua volta.&lt;br /&gt;&apos;E te, non farai mica la stessa fine, eh? Che io ho bisogno di qualcuno che sta all&apos;angolo&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Tranquillo, io sto bene&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Bravo&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Senti Ermanno&apos; disse ancora Sala un attimo prima che cominciasse l&apos;incontro &apos;ma cosa t&apos;è venuto in mente di metterti a fare a botte con questo?&apos;.&lt;br /&gt;&apos;A te non ti fanno comodo duemila lire?&apos; fu la risposta.&lt;br /&gt;&apos;Ma cosa c&apos;entra... quello finisce che ti ammazza. Fatti mettere giù subito, ascoltami&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Te sei matto. S&apos;è mai visto qualcuno farsi male sul serio per quattro cazzotti?&apos; disse Rovati, e batté i guantoni uno contro l&apos;altro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Suonato l&apos;avvio della prima ripresa, mentre Sala scendeva i tre gradini fuori dal ring col secchio in mano, vide il giovane Garavaglia carponi che vomitava nella sabbia un fiume di roba color dei fegatini.&lt;br /&gt;La gente lì accanto rideva a crepapelle e lo insultava, ma c&apos;era anche da aver schifo.&lt;br /&gt;&apos;Oh!&apos; disse Sala.&lt;br /&gt;&apos;Sto bene, sto bene&apos; lo allontanò con un gesto il vomitante.&lt;br /&gt;Poi si mise addirittura in piedi, per quanto si sentisse le vertigini.&lt;br /&gt;Sala era buffo, con l&apos;asciugamano buttato sulla spalla, e mentre gettava una secchiata d&apos;acqua per cancellare quello scempio.&lt;br /&gt;‘Adesso che gli diamo da bere a quello… sempre che la finisce la prima ripresa’ borbottava.&lt;br /&gt;Sul ring intanto succedeva che Alcide Testa girasse intorno al suo avversario stando un po&apos; incurvato e braccia larghe in perfetta posa da tenaglia, tipica del lottatore. E intanto ruggiva, e ad ogni ruggito il pubblico faceva ooohhh.&lt;br /&gt;Invece Rovati andava di qua e di là senza una vera idea di quel che si facesse. Si limitava a grandi sorrisi e ogni tanto ad alzare il braccio verso la folla come se avesse già vinto. La ciucca eccola riapparire proprio allora, cosa assai preoccupante, viste le circostanze.&lt;br /&gt;Sarà stato per quello che si convinse a colpire il bestione, dandogli una larga sventola che colpì quello circa alle costole, ma con l&apos;interno di un guantone, producendo dunque un forte schiocco di carne offesa.&lt;br /&gt;Rovati non poteva sapere che Alcide Testa era uno che in ogni caso conosceva molto dell&apos;arte del combattimento, e che quegli atteggiamenti da belva in gabbia erano per la platea. Lento invece si muoveva perché il mal franzese e altre cattive abitudini di vita l&apos;avevano assai indebolito... ma guai a infastidirlo, ad andargli troppo vicino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Intanto quello che il giovane Garavaglia aveva temuto si stava avverando: negli intestini gli si produsse come uno schianto. Addio, era pieno come un uovo. Non sapeva che fare. Gli prese freddo all&apos;istante. Dove fuggire per non produrre un pubblico sconcio?&lt;br /&gt;L&apos;istinto lo salvò: il ring era rialzato da terra e il rialzo protetto da una specie di tenda. Il giovane Garavaglia vi si infilò sotto più velocemente che poté. Dentro si trovò subito impigliato in una giungla d&apos;intelaiatura di legno. Faceva un caldo bestiale. Filtrava anche poca luce, ma era possibile l&apos;orizzontarsi.&lt;br /&gt;Trovò un poco di spazio e fece appena in tempo a calarsi i pantaloni che dal didietro gli esplose un fiume infernale, un atro Flegentonte di materia nera, acquosa, e che gli parve, nel flusso, infinita.&lt;br /&gt;Temendo irrazionalmente che il liquame diventasse un fiume che potesse scorrere fuori da sotto il ring, si diede subito a raccogliere sabbia per quanto gli era possibile e a spargerla sullo stazzo di diarrea che s’era formato. Procedeva peraltro con una certa cautela perché, datosi che non ci si vedeva bene, temeva di mettere le mani nella palta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A un certo punto finalmente si rilassò. Da fuori sentiva la voce di Sala che incitava Rovati. Sopra la sua testa tambureggiava il rumore dei piedi dei due sul ring: ora più lento, ora frenetico.&lt;br /&gt;Passò circa mezzo minuto, poi venne il rumore di un tonfo e il tambureggiamento si arrestò. La folla tutta insieme si produceva in un mugghiare di sgomento.&lt;br /&gt;Nello stesso istante il giovane Garavaglia sentì la voce di Sala che diceva: &apos;Oh ma sei lì sotto?&apos;.&lt;br /&gt;&apos;Arrivo subito&apos; gli rispose pronto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando uscì, nessuno parve fare caso a lui; lo sguardo di tutti era rivolto verso il quadrato. Sala non c&apos;era più, era sopra a sorreggere un Rovati un po&apos; intontito, e che pur si reggeva bene sulle gambe. Quindi si liberò dall&apos;abbraccio dell&apos;amico, si portò al centro del ring e fece un lungo inchino, ma si prese svariati cachinni e pochi applausi.&lt;br /&gt;Alle sue spalle l&apos;omino con le bretelle era già ricomparso urlando: &apos;come avete potuto vedere il Testa è ben più forte di Mafarka il futuristaaaa! Ora il nostro campione s&apos;è appena scaldato ed è già pronto per affrontare un altro volonteroso. C&apos;è dunque qualcuno tra il pubblico...&apos;.&lt;br /&gt;Eccetera.&lt;br /&gt;I tre amici non videro il resto, se qualcuno aveva preso il posto di Rovati o meno, poiché s’erano subito infrascati ad attraversare la folla per guadagnare l&apos;uscita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il viaggio di ritorno fu faticoso, almeno fino a che non riuscirono ad agguantare un omnibus. Erano affranti ognuno a suo modo. Parlavano a fatica. Venne fuori che mentre il giovane Garavaglia era sotto il ring a scaricare acque morte, sopra Rovati s&apos;era fatto cogliere non si sa come da un colpo di man destra del bestione, alla tempia.&lt;br /&gt;&apos;Per un po&apos; non ho visto e sentito più niente; mi si è spento tutto&apos; raccontò.&lt;br /&gt;Il problema, per dir così, era che a seguito del colpo era caduto faccia avanti verso l&apos;angolo del quadrato. Lì c&apos;era un sostegno di legno che reggeva i tiranti, e Rovati l&apos;aveva preso con la fronte crollando per un momento semisvenuto. Ora infatti la fronte ce l&apos;aveva come bombata dalle tumefazioni.&lt;br /&gt;&apos;Hai fatto una cazzata Ermanno. A momenti ti rompi la testa e le duemila lire non le hai viste neanche col binocolo&apos; disse Sala.&lt;br /&gt;&apos;E io lo dicevo che non dovevamo entrare... Stavo male e non mi avete neanche ascoltato&apos; aggiunse di suo il giovane Garavaglia.&lt;br /&gt;Ma Rovati non li ascoltò, limitandosi a guardare fuori dal finestrino, assorto, tastandosi con precauzione la botta in fronte.&lt;br /&gt;‘Ma fatemi il favore di andare in culo’ rispose poi ad altre rimostranze isolate.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sera, a casa, si riseppe poi, s&apos;era messo a letto presto perché aveva un forte mal di capo.&lt;br /&gt;Non si era svegliato più.&lt;br /&gt;All&apos;inizio sua mamma pensò che fosse morto. Ma, come diceva il Sala, la testa se l&apos;era rotta per davvero, ed era sprofondato in una sorta di sonno profondissimo come la bella addormentata nel bosco. Dopo alcune cure palesemente inefficaci, la respirante, intatta custodia ch&apos;era ormai il diventata il corpo di Ermanno Rovati, venne traslata in un cronicario della provincia e là dormiva dentro a un glutine di nulla ormai da mesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;b&gt;****&lt;/center&gt;&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;‘Dunque lei mi sta dicendo che Ermanno si è svegliato’ disse il giovane Garavaglia ‘...la madonna, una roba da non crederci’.&lt;br /&gt;La vecchia fece di sì convinta con la testa, poiché non poteva parlare, dal momento che aveva la bocca piene di certe paste che il suo giovane visitatore le aveva portato di regalo, avvolte nel bel pacchettino della pasticceria.&lt;br /&gt;Lo zucchero a velo andava depositandosi come neve sopra le ciabatte scalcagnate.&lt;br /&gt;Altro che siero che sturava le varici! C’era proprio da crederlo che la mamma del Rovati non potesse andare a trovare l’infortunato. Aveva le gambe dal ginocchio in giù come grosse salame da sugo, livide aboottate, con a-traverso delle orribili fenditure con dentro del secco.&lt;br /&gt;Non le si potevano guardare quelle gambe.&lt;br /&gt;Le vecchia si avvide che il giovane Garavaglia ogni tanto vi andava con certe occhiate di fastidio, e si sentì in dovere di scusarsi.&lt;br /&gt;‘Mi scusi, ma ho tolto un momentino le fasce per farle respirare un po’ le vene, altrimenti tutto il giorno non ci reggo…’ disse.&lt;br /&gt;Il giovane si scusò a sua volta tutto confuso. Non si sentiva a posto.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=testafasciata.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/testafasciata.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Bisogna dire che la notte precedente il giovane Garavaglia appena sotto le coltri era piovuto subito dentro a un sonno profondo. Aveva sognato che si trovava al cronicario, seduto su una panca nel corridoio. Una grassa infermiera stava lì accanto come se lo stesse sorvegliando. Allora lui aveva tirato fuori dalla tasca un libro e aveva cominciato a leggere, ma poi non riusciva a voltare la pagina successiva perché alle mani aveva pesanti guanti di lana. Per il dispetto aveva gettato il libro a terra e s’era messo a correre attraverso il lunghissimo corridoio. L’infermiera gli gridava dietro ma lui la seminava perché ala grassona non reggeva il fiato a tenergli dietro. Giunto in fondo, il giovane Garavaglia si trovava presso l’ultima stanza. Guardava dentro e nel letto c’era Rovati con la testa fasciata, rialzato sui cuscini che leggeva il giornale.&lt;br /&gt;‘Ciao! Che fai, vieni dentro’ lo salutava con entusiasmo non appena s’accorgeva della sua presenza.&lt;br /&gt;Allora il giovane Garavaglia entrava, ma dentro la stanza c’era un intollerabile odore di mele acide. Alla sua smorfia di disgusto Rovati si profondeva in scuse.&lt;br /&gt;‘Credo si essermi pisciato addosso’ diceva, e alzato il lenzuolo invece mostrava l’addome magro all’interno del quale c’era un taglio asciutto a fenditura ma profondo, come una passata di mannaia, una feritoia, una bocca di lupo, l’apertura del salvadanaio, e infine l’accesso al mondo di là però da nascosto sotto gli occhi di tutti come la lettera rubata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;‘Ma parla? Ragiona?’ chiese il giovane Garavaglia riscuotendosi da quei pensieri.&lt;br /&gt;‘Il dottore dice che non è ancora proprio a posto a posto, ma che con un po’ di addestramento può fare anche meglio di prima’.&lt;br /&gt;‘Non lo dico per farle un’offesa eh signora, ma è sicura che il dottore ha detto proprio così?’ le domandò di nuovo.&lt;br /&gt;La vecchia fece un’alzata di spalle e prese un’altra pasta dal pacchetto. Aggredì il dolce: si vide la sfoglia andare rumorosamente in pezzi tra i denti radi.&lt;br /&gt;‘Il dottore dice che adesso sta bene’ ripeté ‘Io ho solo bisogno che qualcuno lo va a prendere altrimenti non danno l’autorizzazione per farlo venir via. Dice che non si vogliono prendere la responsabilità’.&lt;br /&gt;Vecchia cogliona, pensò allora tra sé il giovane Garavaglia, incattivendosi, cosa cazzo vuol dire che è guarito? Guarito come?&lt;br /&gt;Si volse per dirle qualcosa di screzio e invece la trovò inaspettatamente che lo fissava masticando come un rùmine e con le lacrime che le scendevano grosse dagli occhi.&lt;br /&gt;‘Avevamo parlato dei soldi del biglietto del treno’ le disse allora.&lt;br /&gt;Quella ingoiò alla svelta il boccone. Gli porse una manata di monete e un paio di banconote spiegazzate.&lt;br /&gt;‘Ecco appunto sì grazie… grazie molte, il mio Ermanno mi ha sempre parlato gran bene di lei. Che è una persona istruita, che gli ha sempre portato un grande rispetto alla sua mamma e al principale... poi ho messo dentro i danari che avevo. Ci ho messo anche per il disturbo che si prende... se c’è da comprare le sigarette o da mangiare. Quello che serve insomma’.&lt;br /&gt;Non la finiva più; era meglio se continuava a ingolfarsi con le zeppole.&lt;br /&gt;‘Non si preoccupi, signora’ disse stanco il giovane Garavaglia.&lt;br /&gt;Ma quella parlava, parlava… si capiva che non aveva da scambiare parole con nessuno. Anche la vicina di casa che le faceva un po’ d’assistenza doveva essersi stufata di quella chiacchiera.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In istrada si vedeva il sole che andava a tramontare. Il giovane Garavaglia si mise in camino verso la sua stanza. A un certo punto si fermò in una piccola piazza, come incerto sul da farsi. Decise che per quella sera poteva concedersi una cena di quelle che abitualmente fanno i signori. Lì accanto c’era una trattoria dove gli avevano detto che si mangiava tanto e bene. E lui poteva ben cominciare ad intaccare quei quattro soldi di capitale che gli aveva dato la vecchia. &lt;br /&gt;‘Tanto quello, credimi a me, non s’è neanche svegliato…’ si disse a mezza voce.&lt;br /&gt;E rise.&lt;br /&gt;</description>
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  <pubDate>Wed, 16 Jan 2008 16:53:42 GMT</pubDate>
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  <description>&lt;center&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=perif3.jpg&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Photobucket&quot; border=&quot;0&quot; src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/perif3.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;a name=&quot;cutid1&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&quot;To stay champion, you always have to fight like the challenger&quot;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;(Marvin Hagler)&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Piano piano Erminio, che sversi le pedivelle. Fai piano, davvero, andava dicendo tra sé il buon Boiocchi mentre rutilava lungo le strade del Cairo (nome in lingua volgare del quartiere, zona di decentramento eccetera) come un diavolo sopra la sua bicicletta color rosso carminio. Freni a bacchetta, coperture costola bianca e battistrada caucciù. &lt;br /&gt;Andava sempre come se gli desse del gas invece che pedalare coi tendini e le terminazioni, le fibre dei muscoli come fanno tutti i cristiani. Poi ti credo che rompeva il movimento centrale... No è che le pedivelle non si rompono da sole. Sono stagne e ricavate dal pieno, soltanto che nella bicicletta del Boiocchi a un certo punto doveva essere intervenuto un qualche cedimento strutturale a quella di sinistra, poiché lì aveva flesso in corrispondenza di un&apos;intaccatura fatta in guisa dell&apos;infossamento, ma qua piccino, appena visibile, che fa la dolina nel terreno. &lt;br /&gt;Ma pronto il rimedio, con Boiocchi, ora in pensione sì ma ancora portante, che durante la vita professionale aveva girato a fare il bilanciaio nella infracittà ch&apos;era il tenimento delle ferriere. Immenso territorio composto delle seguenti quattro cose: ferro, fuoco, carne d&apos;uomini e residuante. Boiocchi in quei lochi riparatore di qualsiasi cosa fosse atta alla pesa, dal bilancino del chimico alla bascula, al pianale per le tonnellate di vergella. Non sa stare con le mani in mano uno con un simile stato di servizio, e infatti eccoti ribattuta la pedivella, menandola alfin dritta benché fragile.&lt;br /&gt;Però poi Boiocchi ti pedalava come Learco Guerra. Come la “locomotiva umana”. Finisce che se fai così il velocipede si dissolve da sotto il sellino in una nuvola rossa, come capitava a quelli dei campioni ciclisti d&apos;un tempo, cui il meccanico-servo limava alla morte le giandine per far calare il peso al telaio. Ergo, chi gliela comprava una mountain bike nuova a ch&apos;el por fiö chi, eh marmaglia? &lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=ciclista.jpg&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Photobucket&quot; border=&quot;0&quot; src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/ciclista.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;p align=&quot;left&quot;&gt;&lt;br /&gt;Ma insomma, il Boiocchi rullava come un infoiato per la strade del Cairo. Terra ancora sufficientemente civile, visti gli evi della decadenza in corso, in esso quartiere vivevano torme di genti di bassa manovalanza ormai sradicate alle campate della grande (l&apos;invincibile!) industrializzazione. &lt;br /&gt;Passata quella, gittati da vivi in qualche quinterno che il terziario lasciava aperto per gli illetterati: o nelle grandi aree del commercio, a mettere i vasi d&apos;olive in salamoia sugli scaffali. I molti senza occupazione. Terroni e indigeni di lunga schiatta fusi assieme in un pastone da maiali il quale formava ancora un parziale equilibrio. O per meglio dire: benché i gatti randagi figliassero selvaggiamente nelle cantine moltiplicandosi quasi in pari misura dei ratti e delle nutrie, l&apos;ecosistema si manteneva. &lt;br /&gt;Sotto la superficie invece il territorio per altro modo era anche campo di disputa o conquista tra sanguinosi boiardi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;----&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco una testimonianza dell&apos;anziana signora Albina già vedova Lanfranchi, da sempre abitante nel quartiere del Cairo e vicina di casa dell&apos;indomito Erminio. &lt;i&gt;“Quel ragazzo lì”&lt;/i&gt; dice la signora &lt;i&gt;“non è mai stato troppo a posto di testa. Però era bravo e ubbidiente fin da bambino, io me lo ricordo. Ha imparato un mestiere e ha sempre lavorato senza nessuno che veniva a lamentarsi. Ora per dire è in pensione, ma non è che è per qualche invalidità. No, lui in fabbrica ci ha fatto tutti i suoi anni e loro gli hanno versato i bollini fino all&apos;ultimo. Però venendo vecchio non voglio dire che è peggiorato, ma un po&apos; l&apos;età e un po&apos; che non è mai stato troppo giusto neanche da giovane, mettiamo che si è un po&apos; perso. E&apos; sempre abbastanza in ordine, come persona, m&apos;intenda, coi vestiti e tutto, ma gli son peggiorate certe sue fisse, soprattutto la cosa dei gazometri. Adesso gira tutto il giorno e anche un po&apos; della notte a vederli e toccarli, mi pare. Che cosa vuole farci... bisogna dire anche che non fa mica male a nessuno, por omm”.&lt;/i&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;----&lt;/center&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I gazometri. A ben vedere ne han tenuti in vita pochi. La restante parte fa strame in qualche pratone che ancora riesce, ma per un nonnulla, a sottrarsi alle ventose dell’ultimo, il più aggettante tentacolo della già tentacolante metropoli. &lt;br /&gt;Boiocchi di gazometri ne teneva per cari soltanto due o tre, avendoli allo scopo anche esemplati in una mappa sommaria -fatta a matita- che teneva sempre in una tasca. Quelle volte che gli saltava la biglia, ovvero quando il cervello si poneva momentaneamente a non contenere più in memoria la toponomastica mille e mille volte ricalcata, la carta tornava utile per riattivare le connessioni viarie. &lt;br /&gt;Coi gazometri per il resto erano visioni eteriche nelle quali Erminio B. vedeva dentro i suoi sogni in veglia il telaio metallico della struttura che dava in ismanie di fulmini. Strizzava allora anche in giorni di nullo sole le palpebre in corrispondenza del lucore violento a lapilli che in una funerea pirotecnìa tempo un minuto spazzò via il famoso dirigibile Hindenburg (appunto!). &lt;br /&gt;Maledetti ed empi i rotocalchi illustrati, ingialliti, al fondo dell’armadio, poiché fu lì non si sa come che il bambino Erminio vide le fotografie del fuoco che stracciò la carlinga d&apos;alluminio della mostruosa aeronave. La sua labile natura non le dimenticò più. &lt;br /&gt;Da quello nacque l&apos;iniziale ripulsa e successiva fascinazione per i gazometri, ch&apos;egli vedeva inoltre come colossale accumulo d&apos;una radio elementare, una radio a galena dentro cui andasse a impigliarsi l&apos;argentea epa dell&apos;Hindenburg. E giù fuochi gassosi! Artifizi! &lt;br /&gt;Il Boiocchi si spaventava e allora o inforcava la bicicletta e scappava via, oppure crollava spossato, piangente in mezzo ai ranuncoli. &lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;center&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=vecc.jpg&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Photobucket&quot; border=&quot;0&quot; src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/vecc.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;****&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pino stancamente stava presso la porta. Vide dunque il pensionato sfrecciargli davanti pedalando ingobbito contro la brezza. &lt;br /&gt;&apos;Guardalo qua u&apos; sscemo&apos; pensò senza sapore. &lt;br /&gt;Almeno, interpolò subito, in quella vecchia testa tutta albume e niente tuorlo non vi sono preoccupazioni. Poi un pazzoide simile lo chiamano un infelice. Io!... Io, non lui, sono l&apos;infelice! (Pino neanche se l&apos;immaginava cos&apos;era successo all&apos;aeronave Hindenburg). E fortuna che s&apos;era voltato verso la mescita, altrimenti qualcuno lo vedeva dalla strada mentre batteva il pugno sul petto come Danton ai lavori della Convenzione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Meditava in quei giorni Pino di ritornare in Canada, stato dell&apos;Alberta, da dove era partito pochi anni prima per far ritorno nel paese d’origine dei suoi genitori. La lingua l&apos;aveva imparata da loro, come pure ascoltando i vari racconti sulla rimpianta contrada da cui si emigrò oltremare, maturato il medesimo amore per la terra ancora vergine, sconosciuta. Che nei racconti era una sorta di mammella un tempo arida ma ora mutatasi, dopo che i cafoni avevano buttato il sangue per far fruttificare il solco, in paese avanzato e quasi di Bengodi. &lt;br /&gt;Morti i suoi vecchi a poca distanza di tempo l&apos;uno dall&apos;altro, Pino, anche per superare lo strazio e nel contempo onorarne la memoria, aveva venduto tutto, messo in saccoccia, o per meglio dire in un conto bancario di qui, il non poco valsente ricavato, ed era finalmente sbarcato sulla sponda che per anni gli s’era manifestata come favola. &lt;br /&gt;Era venuto alla città perché vi abitavano alcuni parenti. Bene, ad un primo approccio aveva trovato, non senza sorpresa, una realtà scoscesa e incerta, paralizzata ad ogni livello dallo spoil system. &lt;br /&gt;Ma i parenti molto premurosamente gli avevano detto di non preoccuparsi, che v’era comunque modo di mettere a profitto il capitale. Per cui era stato grazie ai loro buoni uffici che era emersa l&apos;opportunità di portare a concreto un affare vantaggioso: rilevare un bar già avviato nel quartiere del Cairo. Del resto in Canada Pino aveva lavorato in una caffetteria, dove da semplice cameriere era giunto ad un ruolo di una qualche responsabilità. &lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a target=&quot;_blank&quot; href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=perif4.jpg&quot;&gt;&lt;img alt=&quot;Photobucket&quot; border=&quot;0&quot; src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/perif4.jpg&quot; /&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Così i tempi si misero al bello; gli affari non era proprio che prosperassero, ma insomma si viveva. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fino a quando un giorno -non datava tanto da quando s’era iniziato con la nuova attività- nel locale entrò un uomo alto, allampanato e con la faccia ancora da ragazzino. &lt;br /&gt;La sua comparsa coincideva all&apos;incirca con l&apos;ora di chiusura. &lt;br /&gt;Pino da dentro un presentimento si diede da subito a tenerlo d&apos;occhio mentre questo, seduto al tavolo, beveva con calma come se aspettasse l’arrivederci dell&apos;ultimo avventore. &lt;br /&gt;Infatti a bar deserto l’uomo si mosse e avvicinatosi al banco ci appoggiò sopra una pistola. &lt;br /&gt;Il suo viso tradiva un leggero nervosismo (malgrado la pratica, si riseppe poi che non s’era mai totalmente scaltrito). &lt;br /&gt;Incongruamente Pino guardando la pistola pensò che non era nuova e lucente come supponeva fosse quella di un malavitoso d&apos;ampio e convoluto cabotaggio, bensì frusta alla maniera della dotazione d&apos;un metronotte che ogni mattina a fine turno toglie l’arma dalla fondina e la mette nel cassetto prima d&apos;andarsene a dormire. Un giorno dopo l’altro e rigatura su rigatura.&lt;br /&gt;Probabile però che la pistola fosse rovinata perché il tale l&apos;aveva pestata in viso a qualcheduno nel corso di una “controversia”. &lt;br /&gt;Da parte sua l’uomo con la faccia ancora da ragazzino disse solo: ‘ci-ho-il-ferro’. &lt;br /&gt;Si chiamava Michele Popolare, uno dei noti fratelli Popolare, benché il meno autorevole, il più sottomesso dei due. A livello d’importanza, nella rete di boiardi di sangue del circondario, stavano a mezz’altezza o comunque non molto in vista. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per Pino non era nemmeno una questione di nervi saldi. Conosceva il mondo. Ciononostante non s&apos;era ancora domandato se e quando qualcuno sarebbe giunto a incrinargli quella realtà che, pare incredibile, non c&apos;era verso d&apos;abituarsi, s&apos;era fatta quasi da sola mattone su mattone. &lt;br /&gt;&apos;Tranquillo&apos; diceva intanto il fratello Popolare meno versato al taglieggio &apos;non mi devi mica baciare il culo. Basta rispettare le regole&apos;. &lt;br /&gt;Ridacchiava e non stava fermo un momento, per quanto i suoi movimenti fossero appena percettibili. &lt;br /&gt;&apos;Come ti chiami?&apos; chiese subito dopo. &lt;br /&gt;&apos;Pino&apos;. &lt;br /&gt;&apos;Senti Pino, ti mando qualcuno domani&apos; disse Michele Popolare mentre già stava andando via senza ricordarsi di declinare la cifra. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da lì in poi Pino smise praticamente di dormire. Rientrato a casa quella sera diede da mangiare al cane. Poi diede da mangiare al cane. Da mangiare al cane. Mangiare al cane. Fino a che non ci furono più scatolette da aprire. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;----&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anni dopo, lo zio materno dei Popolare, uno che ai tempi suoi si fece la galera senza mai raccontarsela, restringe tutto a poche, mirate parole. &lt;i&gt;“Tutto quello che ti posso dire di mio nipote è che era un coglione. Può solo finire male uno così. Non aveva... la *intelligenza*. Credici”.&lt;/i&gt; Ma i fatti cui si riferisce lo zio si verificarono ben al di là del perimetro catastale di questa storia. E comunque in tempi successivi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;----&lt;/center&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L&apos;indomani alla solita ora invece che l&apos;orco delle fiabe arrivò un ragazzino col berretto a visiera. &lt;br /&gt;Magro e brufoloso, vestito all&apos;ultima moda, era il classico cavallo che usavano i boiardi per il disbrigo di presa e consegna, in pieno svezzamento per la manovalanza avvenire. &lt;br /&gt;Pino non lo sapeva, ma quel ragazzo adorava la potenza de&apos; tubi di scappamento cromati. Quando incontrava gente di rispetto, percepiva distintamente di come all&apos;istante tonnellate di cazzimma piovessero sopra la città. Emergeva dal giro dei “clienti” con rotoli di soldi ficcati per il trasporto dentro le mutande firmate che sbordavano d&apos;elastico a tutta scritta sopra la vita bassa dei pantaloni. &lt;br /&gt;Ebbene, questo ragazzo si fece anch&apos;egli verso il banco con un faccia marmorea che già denotava l&apos;inclinazione intimidatoria. &lt;br /&gt;&apos;Un analcolico? O una birretta fresca fresca&apos; chiese Pino, che già si era arreso ma ancora aveva voglia di ridere di se stesso. &lt;br /&gt;Se ne stava buffamente impalato spalle ai ripiani delle bottiglie -coi ponce, i vermut- manco il solino gli stringesse il pomo d&apos;Adamo in una lunga giornata di servizio ai tavoli. &lt;br /&gt;Il ragazzo tradì la sorpresa soltanto per un attimo. &lt;br /&gt;&apos;Vengo da parte di Popolare&apos; disse reciso. &lt;br /&gt;&apos;Lo so. Fagli ciao per me&apos;. &lt;br /&gt;Silenzio.&lt;br /&gt;&apos;Ma tu fai male a dire così&apos; aggrottò la fronte il ragazzo. &lt;br /&gt;Pino fece spallucce. &lt;br /&gt;Quello uscì a telefonare. &lt;br /&gt;Nei giorni successivi a Pino gli ammazzarono il cane e glielo buttarono nel fondo di un pozzo di morte dentro a un cantiere. Poi gli distrussero il motorino a sprangate. &lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=naso.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/naso.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Infine venne Giuseppe, il Popolare padrone del mestiere, con la vocazione. &lt;br /&gt;Era insieme al suo lavorante, Aldino Curreli. Popolare di suo se la sbrigò in due parole. &lt;br /&gt;&apos;Ringrazia che non cacciò il coltello, ricchiò’ disse. &lt;br /&gt;Poi si fece avanti Curreli. &lt;br /&gt;Ma chi era Aldino Curreli? Risposta: un uomo alto un metro e novantuno per circa centodieci chili. Naso di quelli rotti e capillari esplosi che campivano il viso d’una carne neanche pesante... quasi cotta diciamo. Anni prima Aldino era stato un assai promettente pugile categoria mediomassimi. Aveva allora un fisico molto bello: quando si toglieva l&apos;accappatoio le donne in platea facevano ooooohhhh alla vista della gragnuola d&apos;addominali scolpiti che si portava seco. &lt;br /&gt;Di lui dicevano tutti, ha una bella scherma, un ottimo gioco di gambe. Già... la scherma, il gioco di gambe. In quella dozzina d&apos;incontri di collaudo era sembrato Apollo sul suo carro nel cielo.&lt;br /&gt;Poi gli misero contro un inglese cockney, senza denti e coperto di tatuaggi e finì tutto. &lt;br /&gt;Non era abbastanza duro Aldino. Non che questa sia una novità; capita a molti di lasciar perdere. &lt;br /&gt;Siccome poi malgrado il bel fisico neanco il bagnino alle piscine comunali sarebbe stato capace di fare, sistemò egli non molto alacremente la sua vita in tre mosse: ingrassò di trenta chili e rotti, prese a bere e si dedicò, da subalterno operativo, al recupero crediti. &lt;br /&gt;In questa veste sferrò senza dire una parola un diretto destro in faccia a Pino, tra la base del naso e la bocca. Ben portato, piedi a terra, a tutta spalla, poiché non si dimenticano i rudimenti di un qualsiasi mestiere, una volta appresi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;----&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da un giornale rinvenuto all&apos;emeroteca. &lt;i&gt;“Nelle prime tre tornate Curreli si limitava a controllare il proprio avversario sfruttando un netto vantaggio in allungo e una maggior mobilità sul tronco. Dal canto suo Owen teneva il centro del ring cercando con caparbietà di accorciare la distanza. Sporadicamente piazzava qualche larga sventola a vuoto o sui guantoni del nostro rappresentante. La svolta alla quarta ripresa, quando l&apos;inglese riesciva a stringere alle corde Curreli, il quale accusava un pesante sinistro al fegato. Ciò gli faceva fatalmente abbassare la guardia in corrispondenza di un preciso gancio destro, in seguito al quale piombava a metà fuori dalle corde e con la schiena sul tavolo delle giuria. Tra lo sgomento generale lo sfortunato contendente rimaneva privo di coscienza per circa tre minuti, prima di riaversi e rassicurare personalmente il pubblico con un cenno del braccio. Dopo questo pesante stop si manifestano pesanti interrogativi circa il prosieguo della carriera di Aldino Curreli, il quale fino ad oggi aveva alimentato le migliori speranze grazie anche alla sua perfetta scherma pugilistica e l&apos;ottimo gioco di gambe”.&lt;/i&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Già, il gioco di gambe... &lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;a href=&quot;http://s217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/?action=view&amp;amp;current=boxe2w.jpg&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/boxe2w.jpg&quot; border=&quot;0&quot; alt=&quot;Photobucket&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;----&lt;/center&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pino quasi svenne, non si sa per il dolore o l&apos;umiliazione, e assumendo sangue nasale. &lt;br /&gt;Crollò dietro al banco. &lt;br /&gt;Subito Popolare si sporse da sopra a vedere com&apos;era messo. &lt;br /&gt;Gli scocciava quando il suo lavorante metteva troppa forza e li lasciava a terra. Un vero professionista sa dosare... mica son tutti uguali quelli che picchi. Ma quello che cazzo poteva capire, era una bestia. &lt;br /&gt;Intanto Curreli si massaggiava un po&apos; il polso, poiché era qualche giorno che aveva una fastidiosa tendinite. La noia, la nevrosi lo opprimevano. Non vedeva l&apos;ora di tornare alla sua tana, ubriacarsi con una roba al maraschino e accasciarsi a sua volta sfatto su un cumulo di vecchi albi di Satanik che teneva vicino al divano. Gli piacevano i fumetti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A un’occhiata del capo si calò mezzo dietro il bancone e tirò su Pino prendendolo per l’immaginario bavero. Il barista risultò in coscienza, meglio così. Una volta in piedi, prima barcollò, poi diede una schienata ai ripiani di bottiglie, infine trovò un certo assestamento. Ci vedeva doppio e acqueo per la botta. I due, in piedi davanti a lui, lo osservavano. Ma Pino non pose altro tempo in mezzo: da un cassetto estrasse la busta che aveva già preparato da giorni. Popolare la prese, diede un&apos;occhiata ai soldi e uscì senza fare parola seguito dal suo lavorante. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Bei ricordi di sempre. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;****&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pino, rientrato nel locale, cercò di smettere di pensare agli avvenimenti di mesi prima. Da allora aveva il giogo al collo. La sua vita non capiva più cos&apos;era diventata. Forse pastura di pesci: solubile, nebulosa, fuorviante. &lt;br /&gt;Veramente, beato u&apos; sscemo di Boiocchi che solo a pedalare pedalare pedalare ha da pensare. Fortuna che subito arrivarono clienti e ci fu da fare. Questo ingenerava benefica la distrazione. &lt;br /&gt;Peraltro quel giorno alla chiusura qualcuno sarebbe passato per la mesata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Più tardi fu con sorpresa che si vide arrivare Giuseppe Popolare in persona. &lt;br /&gt;Da quella volta non era più capitato che si presentasse lui a ritirare i soldi. Invece ora eccolo appalesarsi insieme a un ragazzotto con l&apos;aria di folle centuria. &lt;br /&gt;In luogo del cipiglio che gli pareva di ricordare, Pino si trovò davanti un boiardo ridanciano, che gli rivolse brevemente la parola. &lt;br /&gt;&apos;Guarda che mi tocca fare... Con tutto quello che c’ho in carico delle pubbliche relazioni mie, devo pure venire a chiudere il giro delle prese eh&apos;. Rideva. &lt;br /&gt;Pino, causa e effetto, gli allungò la busta. &lt;br /&gt;Popolare se la ficcò in tasca dopo una scorsa fugace al contenuto. &lt;br /&gt;Fatto un cenno con la testa, uscì col guardaspalle a ruota. &lt;br /&gt;Sul marciapiede, appena oltre la soglia, però si voltò sguardo verso l&apos;interno. &lt;br /&gt;&apos;Hai visto che chiaro c&apos;è ancora in cielo? Trovamela una bella giornata così... Fa venire voglia di rimanersene in giro. Impara e stattene allegro ricchiò&apos; disse rinculando lentamente senza guardare alla strada alle sue spalle, anzi alzando lo sguardo verso le stelle invitte. &lt;br /&gt;Si vedeva che era in buona. &lt;br /&gt;Pino suo malgrado constatò tra sé che veramente era chiaro e bello in cielo, datosi che quello era forse il periodo più luminoso dell&apos;anno, sotto la ricorrenza dei santissimi Pietro e Paolo. &lt;br /&gt;Due passi ancora indietro, sempre dando la schiena all’asfalto, e il sorridente, estivo Giuseppe Popolare senza accorgersene fu nella carreggiata. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lì in un attimo accadde il fatto, cioè che lo sfrecciante pedalatore Boiocchi insellasse in piena velocità il boiardo di sangue. &lt;br /&gt;Non ci vedeva nitido Boiocchi, poiché andava volando verso casa con gli occhi colmi di lagrime, reduce dal contatto naso-bocca con un gazometro. Pervaso dalle consuete, terrorizzanti visioni di nuvole di gas incendiato, come sempre voleva giungere il prima possibile nelle sue stanze a nascondersi sotto le coperte. &lt;br /&gt;Fu dunque in un addensarsi di concause che centrò in pieno Giuseppe Popolare prima che il guardaspalle potesse intervenire. &lt;br /&gt;Volarono per aria. &lt;br /&gt;Il primo suono che Pino udì fu quello del campanello quando andò a battere sul terreno, l’attimo avanti lo sferragliante/ciclistico fragore della caduta. &lt;br /&gt;Si udirono un paio di risate, prima ancora di capire se qualcuno s&apos;era fatto male &lt;br /&gt;(un&apos;alta voce di donna dal verone: &apos;ma invece di ridere... andateli a aiutare!&apos;) &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pino d&apos;istinto fece anch’egli un paio di passi dentro la sala pronto a correre fuori. Ma subito si fermò. C&apos;è infatti qualcosa che somiglia ad una momentanea consolazione? &lt;br /&gt;</description>
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  <pubDate>Mon, 07 Jan 2008 08:04:52 GMT</pubDate>
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  <description>&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/somala2.jpg?t=1199661937&quot; alt=&quot;lei&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Si era d&apos;inverno. Quando aprì gli occhi dentro al buio della stanza non era neanche molto tardi. Le nove e mezza di mattina inoltrata. Non l&apos;aveva sentita quando s&apos;era levata per andare al lavoro. Non era né furtiva né oltremodo faceva particolare rumore nell&apos;uscire dal letto: solo il fruscio di coperte e la battuta pari dei piedi nudi sull&apos;impiantito, ma bastavano a richiamarlo per un momento dall&apos;ultimo sonno.&lt;br /&gt;Lei andava via sempre poco dopo l&apos;alba, povera figlia, perché lavorava lontano e doveva prima prendere il tram, poi il treno extraurbano, e infine, fuori dal margine esterno della città, dentro la teoria forse ininterrotta di paesi, frazioni, ancora camminare costa costa una via accanto a un pioppeto, prima d&apos;arrivare alla fabbrica.&lt;br /&gt;&lt;a name=&quot;cutid1&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Lui conosceva bene il posto perché proprio laggiù l&apos;aveva conosciuta. C&apos;era questo amico suo che aveva un&apos;officina di rettifiche vicino al capannone verdolino ove stanziava una ditta che confezionava le cialde per i coni gelato. E siccome in quel periodo si doveva riprendere da un lieve infortunio, passava qualche pomeriggio a far quattro chiacchiere con l&apos;amico nel travaglio delle filiere, oltre che ad aiutare coi lavori di fatica.&lt;br /&gt;Fu in quell’occasione che un giorno la vide, dal cortile, in mezzo alle altre operaie mentre usciva per fumarsi una sigaretta durante la pausa, o al deflusso di fine turno. Era una ragazza dalla pelle nera, snella, con in testa la retina che indossano le operaie nelle aziende di generi alimentari. E lui glielo disse subito, dopo averla conosciuta, che vista così sembrava una mondina dell&apos;Africa.&lt;br /&gt;La mondina nera, è vero, rispose lei. L&apos;avevano portata via da piccola dal suo paese in guerra, gli raccontò poi, per darla a della brava gente di qui che l&apos;aveva allevata come una figlia. Per cui parlava la lingua nostra nativa, ma con dentro un&apos;inflessione regionale che la rendeva buffa. Lui per il resto s&apos;era accorto già in lontananza che lei era bellissima, e nel dirle quelle quattro scemenze che si erogano alla prima istanza, avvicinandosi, accorciando il vuoto che normalmente sta frammezzo agli umani, sentì che gli tremava la voce.&lt;br /&gt;Eh i sogni... pensarla dopo alzato era già un bene non frequente nei giorni amari.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/somala1.jpg?t=1199662005&quot; alt=&quot;ancora lei&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Spalancò la finestra, in modo che si sciogliesse nella stanza l&apos;aria costretta e chiusa della notte. Fuori riluceva azzurrissimo, col sole pieno. Ma si gelava. L&apos;erba del prato dietro il caseggiato accanto era cosparsa di brina. Le insegne del gatto inverno. In lontananza, nel varco che s&apos;apriva tra i palazzi verso il fondo della via, vedeva il cielo prendere il colore pervinca dei temporali in arrivo. Ma non era temporale, bensì la coltre fumogena del traffico ininterrotto delle grandi vie di comunicazione che portavano verso la città. Per quanto da mesi avesse ormai troppi pensieri da governare, quella vista gli generò una volta ancora un moto di disgusto. Del resto l&apos;aria era ferma, vetrificata nel gelo, e il fumo ristagnava come sotto una riga di matita.&lt;br /&gt;Nell&apos;acquaio in cucina c&apos;era la tazza di caffellatte lasciata da lei. Nessuna briciola dei biscotti, come ogni mattino. Riposta piegata la tovaglia nel cassetto. Allora lui, dopo essere andato ad aprire la finestra anche in soggiorno, si sedette presso il tavolo. Il freddo empiva le stanze. Ricaricò la caffettiera. Ma con lo sguardo rifratto nel blu della fiamma del gas si ritrovò suo malgrado impigliato negli oscuri pensieri di quasi sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rivedeva ossessivo quella trasferta che gli avevano fatto fare in Ispagna e che lui aveva accettato solo per i soldi -già datavano mesi quattro da allora e nel frattempo aveva già sostenuto un “collaudo”, sai che roba-. Ritrovava nel ricordo il quadrato da combattimento, calettato al suolo nella rena della plaza de toros di una città di provincia dove normalmente, gli dissero, ammazzavano i tori dopo averli fatti impazzire di dolore piantandogli dei legni a punta dentro la cotenna.&lt;br /&gt;Pensando a quello che vi era accaduto, non si capacitava ancora dell&apos;arbitro, che negli attimi precedenti il primo gong si teneva tra le mani i polsi de&apos; contendenti salmodiando: “quiero una pelea limpia”*. Ma col cazzo però! che invece durante il match a quel pezzente dello spagnolo aveva permesso di ficcargli i pollici negli occhi, colpire coi gomiti e strofinargli la zazzera ferrigna da internato sui tagli aperti. Quanto a lui, che era il cane da bastonare, venuto appositamente in trasferta per la mattanza, secondo loro, gli aveva pure somministrato un richiamo ufficiale per delle trattenute inesistenti. Ma porca puttana di quella vacca ladra: quasi non ci dormiva la notte ancora adesso. Gli aveva sballato le graduatorie europee, la Spagna.&lt;br /&gt;Con in più quel troia di Chiappa, il suo allenatore, che per tutto l&apos;incontro non smetteva di ripetergli gesticolando, metti il sinistro e bum bum, rientri col destro. Bum bum &apos;stocazzo, brutto stagnino dimmerda, che anche tu m&apos;hai mandato al macello, m&apos;hai fatto sanguinare come un maiale davanti a un pubblico di gentaglia dappoco, avvezza a guardar morire i tori per colpa della bestialità degli uomini.&lt;br /&gt;Però queste cose a Chiappa veramente non gliele aveva dette, e anche la sera precedente era ad allenarsi alla sua palestra come al solito.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/acquaio.jpg?t=1199662077&quot; alt=&quot;acquaio&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Mano alla fronte, tornò anche, col caffè versato nella tazza, a quello che gli aveva detto un medico da cui lo aveva mandato proprio il suo allenatore. Si passò infatti con delicatezza avvertita la punta delle dita sulle palpebre, che il mestiere gli aveva rese brutalmente scalene. Il medico glielo aveva attestato chiaramente: le ossa delle sue arcate sopraccigliari erano come ami da pesca sporti all&apos;infuori, per cui col mestiere che faceva le possibilità che gli si aprissero anche con un semplice contatto involontario erano più elevate del normale. Pure di molto.&lt;br /&gt;Era una cosa amarissima anche solo da considerare, per lui che nella vita aveva avuto, aveva conosciuto, conosceva soltanto la cosa di combattere. Si trasformava in un turbine nero questo futuro, se ne rese conto al ritorno dalla Spagna con venticinque punti di sutura negli occhi, quando lei, la sua mondina dell&apos;Africa, con lo sguardo allagato dalla pena, cosa che prima lo commuoveva e ora quasi solo lo faceva imbestiare, a fatica riusciva a trattenere le lacrime.&lt;br /&gt;Con la valigia ancora a terra, le disse gravemente: “sono andato fino a là anche per te; per questo” e nel dirlo fece un gesto a indicare la loro casa, tutto quanto c&apos;era dentro e che insieme con fatica avevano messo insieme. Lei, neanche a dirlo, pianse, ma proprio come quelle piante tagliate a tradimento che emettono nel taglio la loro linfa. Fiera e costruttiva avrebbe potuto dire lui, se solo fosse stato in grado.&lt;br /&gt;Che invece pensava se in fondo era vera quella cosa, la dichiarativa del sacrifizio che non mancava di dipartirsi tra le botte sul ring e le cogenze del portare a casa il pane, costruire una vita con la sua donna, avere dei figli e tutto il resto. Una volta avrebbe risposto di sì a codeste domande, ma ora?&lt;br /&gt;Ora lo martellava il pensiero di essere sulla strada di diventare un perdente di rango o per meglio dire un collaudatore ad alto livello. Un bel nome da ficcare nel record di giovani rampanti come la farcia nel culo delle anatre da arrostire. Niente altro. Eppure lui si sentiva, anzi era anch&apos;egli annoverabile tra i giovani combattenti, solo che stava cambiando, prima impercettibilmente, poi chissà, il suo ruolo, la posizione nel sistema.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/sacco-per-pagina.jpg?t=1199662127&quot; alt=&quot;sacco&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;E di conseguenza in conseguenza, le aveva fatto sanguinare l&apos;anima in quei mesi. In un accecamento de&apos; sentimenti dal quale solo a lampi si riscuoteva per constatare di come fosse innanzitutto la sua fortuna avere accanto questa donna giovane e bella e ordinata e propositiva, la quale aveva tuttavia il carattere per non fargliene passare mezza quando era il caso.&lt;br /&gt;Quell&apos;attitudine costruttiva/realistica che lei buttava a bracciate come le fascine nella stufa per tenere calda le quattro mura che rappresentavano loro due insieme, era veramente tutto quanto gli occorresse... a capirlo. Perché lui definitivamente riusciva fragile come le sue arcate sopraccigliari, violento alla maniera di una vacca imbizzarrita, cioè più per qualche paura dell&apos;immediato che per congenita natura (poi sul ring è un altro discorso, lì devi far male per altri e, chissà, più elevati motivi).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La percezione di tutto questo, vena calda tra rocce deboli, gli si propagò dentro mentre ancora beveva il caffè. Ingoiò la saliva e ancora per riflesso si forbì le palpebre. Da chiuse le finestre, un poco ripulita l&apos;aria, per quanto era possibile.&lt;br /&gt;Aperto a sincerarsi il cassetto di un mobile della cucina, vide le posate lucide e ben incolonnate negli scomparti; nel cassetto più in basso le tovaglie impilate in ordine. Dentro allo stipo, lo zucchero e il sale grosso in barattoli di vetro con appunto scritto sopra “sale” e “zucchero”. Il frigorifero rifornito di cibo, e nell&apos;alloggiamento più freddo le razioni di fesa di pollo e tacchino, ognuna avvolta nella pellicola, che lei gli cucinava a vapore per la dieta nei momenti ristretti della preparazione vicino dell&apos;incontro. E la stessa abnegazione, la stessa fiduciosa conduzione aperti gli armadi, nel pavimento pulito, le tende bianche alle finestre.&lt;br /&gt;Ora, in constatazioni come queste, o senti che tutto ti si serra addosso e vuoi fuggire, oppure rimani. Ma rimani ovviamente fortificato, e cerchi di fare uno sforzo per impegnarti oltre. Lui per intanto respinse in un qualche luogo secondario della mente il pensiero che gli rispuntava sordido della Spagna e degli occhi facili alla lacerazione.&lt;br /&gt;Cercò di chetarsi un momento. Poi si vestì, scese in cortile e salì in macchina.&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/somalasketch1.jpg?t=1199662186&quot; alt=&quot;...&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;Quando arrivò nei pressi della fabbrica era quasi l&apos;ora in cui le operaie uscivano per andare alla mensa.&lt;br /&gt;Dal comignolo salivano densi cirri di fumo bianco. C&apos;era un silenzio insidiato appena dal rumore smorzato dai macchinari dell&apos;impianto. Passava ogni tanto un camion per le consegne.&lt;br /&gt;Stette egli per un tempo abbastanza lungo dentro all&apos;abitacolo guardando quella scarna campagna che si disperdeva verso un orizzonte di poche case. Il sole del mezzogiorno, pur mantenendosi freddo, lavava i ghiacci dalle pietre.&lt;br /&gt;Senza accorgersene almanaccava stranito ma lieto tra sé, dicendosi che se non gli aveva insegnato almeno questo il pugilato, ovvero a pararsi il culo da certe durezze della vita, e nel farlo, apprezzare quello che c&apos;era, che era importante, allora non aveva capito nulla. E se le cose veramente fossero state così, non poteva pensare d’essere un uomo, nossignore: sprecava tutto, batteva la testa quando pure fin da ragazzo, ai primi approcci coi pugni, gli avevano insegnato a rialzarsi ogni volta e possibilmente in grado di proseguire.&lt;br /&gt;Provò allora, in quella logica stringente, nel contempo rimorso e sollievo, con accanto, in un angolo piegato, anche la paura di non essere giunto in tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando furono le dodici e mezza vide sciamare fuori il gruppo delle operaie, tutte ancora incuffiate, alcune col paltò stretto con una mano a proteggere il collo dall&apos;invernata, altre, più temerarie o solo accaldate dalla sala macchine, a braccia conserte con addosso soltanto un golfone sopra il camice bianco. Del resto avevano da percorrere solo una cinquantina di metri.&lt;br /&gt;Uscì allora dalla macchina sbattendo forte la portiera per l’emozione, e fece un passo verso il gruppo. Lei lo vide subito là solitario, un poco in affanno. Si fermò sorpresa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da un lato all&apos;altro della strada si guardarono negli occhi lungamente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;* qualcosa del tipo: “ora fate un combattimento pulito e non rompete troppo i coglioni”&lt;br /&gt;</description>
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  <pubDate>Mon, 17 Dec 2007 14:14:50 GMT</pubDate>
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  <description>&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/boxe3w.jpg&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In palestra, mentre le giornate ormai si mettevano a colonna nelle vicinanze dell&apos;incontro per il titolo, ci fosse uno che fiatava. O per meglio dire, lo sai come sono le palestre di pugilato, di fiato buttato fuori se ne fabbricano cieli interi. Oppure pensa se ti capitasse d&apos;andare nelle stalle d&apos;inverno e vedi anche fumare le groppe delle vacche, per capirci.&lt;br /&gt;Nell&apos;allenamento, per la fatica è chiaro che succede: io lo chiamo il massacro di maschia fatica. Però normalmente tra una cosa e l&apos;altra capita che partano frizzi e lazzi... nota che te lo dico addirittura nella maniera “acconcia”, senza nessuna parolaccia. Tanti uomini tutti insieme, di che vuoi che parlino, con quali ter-mi-no-lo-gie. Del resto è normale che ogni tanto uno senta il bisogno di togliersi il basto dal collo e sparare due cretinate. Ti dico, tu non riesci ad immaginartelo veramente, perché non hai mai provato, ma lo sforzo dell&apos;allenamento del pugile è asfissiante. Il sangue, diceva il mio primo maestro di quando cominciai ragazzo, deve diventare come purè di bietola. Così diceva.&lt;br /&gt;Ad ogni modo, ti spiegavo, più i giorni passavano andando verso la sfida per il titolo, più tutti si facevano come i cazzi loro. Tra una sessione e l&apos;altra invece che buttarla là per far ridere gli altri, magari mettevi la testa nell&apos;acqua, lorda com&apos;era ormai di DNA alieno, con tutte le teste fradice di mota che vi si erano fram-mi-ste. E ce la tenevi un po&apos; più a lungo, la testa nell&apos;acqua; poi in silenzio ripigliavi a lavorare.&lt;br /&gt;&lt;a name=&quot;cutid1&quot;&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Quando arrivava eravamo tutti pronti a gridargli: bella Cippo! Grande Cippo!&lt;br /&gt;Da dilettante sai aveva fatto quasi duecento incontri per la polisportiva delle guardie forestali. Alle Olimpiadi lo avevano eliminato al secondo turno per via di quella roba assurda delle macchinette contapugni e della solita giuria pilotata. Ma i ai mondiali l&apos;anno dopo aveva vinto il titolo battendo un kazako nella finale. Siccome però siamo in un paese di mezze figure e pagliacci ma proprio di quelli grevi, bassi, per un&apos;impresa del genere, che t&apos;assicuro è grandissima, gli avevano messo appena una colonnina sul giornale, senza neanche la fotografia.&lt;br /&gt;E anche da professionista l&apos;andamento della sua carriera non è che avesse avuto gran risonanza, questo malgrado, e te lo dico subito, perché è una cosa rara qui da noi, li mettesse giù quasi tutti. Ne finiva pochi ai punti, e vinceva sempre perché aveva mani di bomba. Alla palestra quando s&apos;era saputo che veniva a allenarsi Cippo Beltrami erano di colpo aumentate le iscrizioni. Per dirti che pur essendo una nazione di cazzinculi la nostra, c&apos;è ancora gente che s&apos;interessa alle discipline di sofferenza e soprattutto sa riconoscere i campioni.&lt;br /&gt;C&apos;era quindi questo fenomeno strano... oddio, neanche troppo strano, lo capisci, di uno che nella sostanza del fisico è un omino, ma che per il suo valore di atleta viene trattato come un ninnolo, una tramatura di Fiandra, quando invece è piuttosto di ferro, è sgarbellato dai pugni, da vero pugile rotto a tutto o quasi. Perché il Beltrami stava da peso gallo: in istato di forma faceva un metro e sessantuno per cinquantadue chili. Un pistolino; praticamente il più piccolo di tutti là dentro. Poi lascia che lui come t&apos;ho detto era un pugile fatto e finito, praticamente, come dire, un professionista di vaglia, pure in ascesa nelle graduatorie mondiali.&lt;br /&gt;Per farti un esempio, nell&apos;ultima occasione in cui aveva vinto per KO s&apos;era saputo che tra il pubblico c&apos;era anche l&apos;emissario di una grande rete televisiva americana. Poiché loro, gli americani, sono sempre in cerca di “really exciting fighters”. Li vanno a cercare dappertutto; soprattutto nei posti dove la gente se la passa da morti di fame e quindi ha direttamente la necessità di salire a combattere per la sopravvivenza, cosa che nell&apos;ambiente è la situazione migliore per mettere insieme un spettacolo fatto bene, che richiami la gente. Gli butti un pezzo di pane a quei poveri cristi e lo mordono subito; ma morsicano anche la stoppia, la latta, la mano che gli butta gli avanzi. Sono come bestie, all&apos;inizio. Però c&apos;è l&apos;opzione buona che coi pugni, soffrendo puoi diventare qualcuno, ovvero riscattarti eccetera. Certo ce la fanno in pochi, mentre gli altri, la maggioranza, finiscono alle murene. Lo stesso io dico, per quanto sia un mondo durissimo, il pugilato non è dei peggiori. Ma di gran lunga anche.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ad ogni modo, quelli che s&apos;occupavano degli interessi del Beltrami erano riusciti a predisporre tutto per una sfida al titolo europeo in capo a tre mesi massimo. Si doveva fare a Copenaghen questo combattimento, perché nell&apos;asta i danesi avevano messo nella busta molti più soldi. Peraltro questa è una cosa che succede quasi sempre, cioè che non si organizza mai qui da noi una riunione veramente importante. I motivi son quelli che ti dicevo prima.&lt;br /&gt;Anche su nel Nord c&apos;era un pugile imbattuto come Cippo. Lo davano per danese perché aveva la cittadinanza e tutto, ma per il resto era un nero dello Zambia. Quando Cippo venne in palestra, alla solita maniera sua, col cappuccio della tuta calato in testa come un frate di clausura, ma solo perché era timido e temeva che la gente per strada glielo leggesse in faccia che dava e prendeva pugni per mestiere, aveva un sacchetto della spesa con dentro alcune bottiglie di prosecco. Il capo gliele fece mettere nel ghiaccio per dopo, perché non c&apos;è mai, dicasi mai, motivo d&apos;interrompere gli allenamenti, nemmeno alla notizia d&apos;aver firmato il contratto per un titolo così importante.&lt;br /&gt;Capisci, per noi tutti guadagnarsi una chance a certi livelli era fantascienza. Non ti dico che non ci fosse chi dentro di sé magari ci sperava un giorno d&apos;arrivare fino a lassù, ma di sicuro non si sognava di dirlo. Nessuno poteva ostentare la fiducia nei propri mezzi che aveva il nostro Cippo.&lt;br /&gt;Alla fine comunque, mentre bevevamo il prosecco dentro dei bicchieri di plastica, il Beltrami ci disse che di quell&apos;africano di Danimarca non sapeva niente. Gli avevano solo riferito che era alto e secco, qualcosa di simile a un ragno nero, e che quindi bisognava pressarlo e passare sotto i colpi, che poi era la boxe tipica dello sfidante. Meglio di così... Aveva uno sguardo Cippo che dovevi vederlo di persona per capire, mentre diceva che avrebbe messo giù il danese al massimo nella seconda parte del match. Una serenità, una sicurezza. Voleva fermamente arrivare al mondiale. La cintura di campione del mondo a quell&apos;epoca stava in Giappone. L&apos;idea di andare fin là a prendersela faceva discretamente effetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/legare.jpg&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da lì in poi, come ti ho raccontato prima, cominciò quel periodo di concentrazione estrema che prese dentro anche tutti noi, coinvolti o meno negli allenamenti specifici di Cippo. Quando intensificò le sedute di sparring ci mettevamo, se avevamo tempo, intorno al ring a guardare il sangue e arena che veniva fuori quasi sempre.&lt;br /&gt;Ci ho fatto anch&apos;io delle sequenze di guanti, anche se ero grosso e all&apos;epoca mi posizionavo già vicino al limite dei welter. Ma anche se eri ben più pesante, non potevi non respirare la foga incredibile che aveva il Beltrami. Era come difendersi da un cagnino infoiato pazzo che tenta di azzannarti dappertutto. Chiudeva gli spazi con un agilità pazzesca, al punto che io in un paio di occasioni mi trovai a dover scambiare parecchio di violenza per levarmelo di dosso, e ti posso assicurare che quel bastardello faceva male, soprattutto quando metteva i colpi tipo ai reni o al fegato.&lt;br /&gt;Finiva che il capo era costretto a saltare dentro alle corde urlando di smetterla. Allora Beltrami si levava il caschetto e mi ringraziava perché quello, sosteneva, era il lavoro necessario per il match avvenire. Un vero guerriero. Il capo invece negli spogliatoi tentava di pigliarmi a calci nel culo.&lt;br /&gt;Resta che a parte queste cose nessuno fiatava in palestra, e i giorni passavano proprio, come dire, la-bo-rio-si, nelle viste della trasferta in Danimarca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finché un giorno degli ultimi, quelli della rifinitura, eravamo lì come al solito, ognuno impegnato nella faccende sue della preparazione, quando vediamo entrare Cippo prima del solito e senza il cappuccio calato sulla testa.&lt;br /&gt;Camminava come uno che s&apos;è svegliato in quel momento ma lontanissimo da casa e in una notte quando il mondo era appena nato e non c&apos;era ancora nulla in terra, se può renderti l&apos;idea questo accostamento. Inoltre era sporco dalla testa ai piedi di chiazze brune e strisciate di terra, anche sulla faccia. Ci fermammo a guardarlo mentre avanzava tra noi fino in mezzo alla palestra.&lt;br /&gt;Il capo gli si fece incontro. Passò all&apos;incirca un mezzo minuto in cui c&apos;era una specie di aria di gomma cotta: qualcosa di opprimente ma senza preavviso. Senza dire niente il Beltrami mostrò le mani. Una, la destra, era lorda, anzi grondata di sangue che ormai s&apos;era quasi chiuso dentro a certe creste viola. L&apos;altra invece era impressionante. C&apos;era un grosso frantume di vetro, a forma di triangolo, col vertice a spada verso il basso, che attraversava il palmo da parte a parte. Aveva quel vetro sfondato le ossa, dilacerato i tendini.&lt;br /&gt;Tutti guardavamo, attoniti. Apparentemente anche Cippo guardava intento insieme a noi. Ma neanche stupito o finalmente assalito dal dolore di quel taglio terribile. Sembrava sperduto piuttosto. Il capo prese la mano così ferita tra le sue e la guardò un attimo, poi gridò (il capo gridava sempre) che non c&apos;era un momento da perdere, che bisognava correre subito all&apos;ospedale.&lt;br /&gt;Hai capito com&apos;è andata....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;center&gt;&lt;b&gt;****&lt;/b&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tu ora mi domandi che cosa successe quel giorno, se Cippo Beltrami in seguito tornò a combattere. No, ti dico subito, non ricomparve in palestra, né tantomeno sul ring. Da quello che so, perché non lo vidi mai più da allora, nemmeno di sfuggita per via, la mano non tornò come prima. Lo lasciò come storpio. Ma non ho altre notizie; non so che fine abbia fatto. Posso augurargli, come faccio con tutte le persone a cui voglio bene, che gli dei se lo siano preso in grembo per guidarlo da lì in avanti, se la strada fosse risultata troppo buia. E poi...&lt;br /&gt;Ah sì, tu mi chiedevi di cosa successe prima. Certo, lo venimmo a sapere. La voce si era sparsa.&lt;br /&gt;Nulla di particolare, se non che quel pomeriggio il Beltrami aveva incrociato casualmente la sua fidanzata per la strada. Lei non l&apos;aveva visto, mentre lui, dato che la ragazza a quell&apos;ora avrebbe dovuto essere al lavoro, era rimasto mezzo spaventato e mezzo sorpreso, per cui s&apos;era messo a seguirla come d&apos;istinto. Sai come vanno queste cose.&lt;br /&gt;Seguendo la fidanzata precipitò senza parere dentro al suo inferno personale. Si trovò a guardarla da nascosto dietro un cespuglio mentre faceva l&apos;amore con un tale contro la massicciata della ferrovia. Stavano buttati su quei sassi grigi/azzurri che mettono sotto alle traversine, immagino. Lui, Cippo, a quanto so se ne stette a guardare tutto quanta la scena fino in fondo senza fare nulla. Senza intervenire, incamerando ogni cosa a futura memoria, chissà.&lt;br /&gt;Lì accanto c&apos;erano dei campi, magari qualcuno vedeva gli amanti mentre si accoppiavano... può darsi un contadino, un cavallante che passava con le sue bestie; chiunque. Conosco la zona.&lt;br /&gt;Poi insomma il Beltrami doveva essersi schiodato da lì. Completamente cancellato da dentro, credo senza neanche capire in che luogo si trovasse. Non si sa dove andò nel momento, però più tardi in una casa della periferia sfondò il vetro d&apos;una porta con un pugno. Siccome un grosso frantume era rimasto all&apos;impiedi dentro al telaio, ci aveva calcato la mano sopra e si era trapassato il palmo come t&apos;ho detto. Non l&apos;aveva neanche cominciata ancora la scalata al suo Golgota. Immaginati.&lt;br /&gt;Alla fine non so come un poco s&apos;era dovuto riscuotere, ed era venuto da noi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che dici, ti può servire una storia così? E&apos; una storia buona da scri-ve-re? So che ne cerchi sempre, di storie... Comunque te la regalo, fanne quello che vuoi... a me sembra interessante. O al massimo, che dici, potrà pur insegnare qualcosa.&lt;br /&gt;Ti saluto. Tante cose.&lt;br /&gt;</description>
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  <pubDate>Tue, 11 Dec 2007 08:11:38 GMT</pubDate>
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  <description>&lt;center&gt;&lt;img src=&quot;http://i217.photobucket.com/albums/cc117/bende_alle_mani/perif2.jpg&quot; /&gt;&lt;/center&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi qua piedi ben piantati a terra, tergendoci il sudore dalla fronte come di arrivati da fuori. Non vogliamo entrare; non possiamo che gettare lo sguardo a questa città dal suo limitare. Dai margini, dai confini. Questo sebbene la città stessa ormai paia non finire mai, ma bensì sfilacciarsi come in una bava fattasi via via sempre più sottile, scremata da quella mole mostruosa di case e di strade come conficcate a morte sul viso della terra; strade di dentro e di prima. Dove siamo noi invece la città finalmente s&apos;acquieta, e da oltre le ultime vie finalmente possiamo vedere un orizzonte libero almeno parzialmente, dei campi arati. Se ci andiamo, schiacciando coi piedi certe zolle ancora arse, ecco che il nostro limitare, il nostro mondo prende le forme di un avamposto traversato in alto dalle cordigliere dei cavi dell&apos;alta tensione. Spessi come matasse, sono i muscoli di quel folle dedalo di strade che ci sta alle spalle, dentro i visceri della città accanita. Da dove siamo noi è come se non ci riguardasse. Torri di sementi, serbatoi, cortili, officine. Ci sono nel cielo grossi cirri lividi di temporale. In avanscoperta, volgendoci dopo il cammino d&apos;orme lasciate nel campo, guardiamo ai lunghi palazzi della nostra periferia, che visti da qui s&apos;immaginano come forniti di bocche di lupo cui affaccino le armi per respingere fuoco su fuoco i nemici. Noi stiamo nella città al suo limitare; ci teniamo fuori. E non fa nulla se chi invece sta dentro guarda a noi come una bolla violenta che ribolle senza legge o gioia. Un&apos;isola dei pazzi, una Venezia salva che incontri poco prima che cominci lo spazio sempre più eroso del mondo aperto, o diciamo pure quella lunga teoria di fabbricati industriali che prolungano l&apos;anima tossica della metropoli fin dentro i suoi mandamenti. Ed è questo che ci fa pensare che la città stessa verrà mordendoci, e poi masticherà e ingoierà quest&apos;ultimo nostro avamposto, spostando in avanti la sua area torrida tessuta d&apos;asfalto. E noi forse allora non saremo più nulla... chissà. Ma intanto combattiamo ogni giorno qui.</description>
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