storia d'una fidanzata oltremare...
Qua vorremmo rassicurare coloro i quali passano occasionalmente per questo luogo, magari naso all'aria, bordone stretto nel pugno, lungo una delle tante vie francigene telematiche (e poi si fermano a far merenda con pane e fave all'autogrill di Radicofani!). Li si vorrebbe rassicurare perchè l'abbiam già rotta la cagliata per la puntata nuova, la terza - come la misura di reggiseno che tuttora manda in solluchero la fantasia dei fanciulli quando ancora stanno nell'adolescenza - della storia che avevamo in corso. Ciononostante, e siccome la cottura necessita ancora dei suoi tempi, pur anche brevi, per tener allegra l'attenzione appunto francigena de' viandanti in cammino, postiamo ora un'altra storia tutta nuova, chiusa in sè, breve ma non greve, un po' coi sogni ma anche con dentro l'acuminato stillante (la vita, lo sappiamo, è così). Giusto per sostare, tirare il fiato, farsi pescar dentro dagli eventi, e poi ripartire si spera edificati da quanto appena visto e letto con tanto d'occhi. E dunque, buon divertimento.

( ...e d'una navigazione )

( ...e d'una navigazione )

Quando vide arrivare la portinaia con la cartolina in mano, il giovane Garavaglia subito sorrise nel vedere confermato il proprio ascendente. Attendeva infatti che gli scrivesse una signorina con la quale aveva da poco dato inizio ad una schermaglia di biglietti per posta pneumatica e brevi passeggiate dopo il lavoro.
A quella consuetudine si era sottratto con discrezione tre giorni prima, senza dare ulteriore segnale di sé. Ora attendeva di raccogliere i frutti d'una tattica vecchia ma affidabile come il paio di scarpe che aveva messo via nella scatola in cima all'armadio. Non dubitava che lei lo cercasse. La stava coltivando con oculatezza.
Con sorpresa dovette però constatare che non era lei la mittente della cartolina.
Anzi, il giovane Garavaglia nel leggere il breve messaggio venne mutando da una sorridente condiscendenza ad una perplessità che gli metteva una nube in volto. L’immagine della signorina scomparve dalla sua mente e vi si appalesò invece la faccia camusa, sopracciglia biondicce, del buon Rovati. Ma tu guarda...
( etimo incerto )

Si era d'inverno. Quando aprì gli occhi dentro al buio della stanza non era neanche molto tardi. Le nove e mezza di mattina inoltrata. Non l'aveva sentita quando s'era levata per andare al lavoro. Non era né furtiva né oltremodo faceva particolare rumore nell'uscire dal letto: solo il fruscio di coperte e la battuta pari dei piedi nudi sull'impiantito, ma bastavano a richiamarlo per un momento dall'ultimo sonno.
Lei andava via sempre poco dopo l'alba, povera figlia, perché lavorava lontano e doveva prima prendere il tram, poi il treno extraurbano, e infine, fuori dal margine esterno della città, dentro la teoria forse ininterrotta di paesi, frazioni, ancora camminare costa costa una via accanto a un pioppeto, prima d'arrivare alla fabbrica.
( mondina d'Africa )

In palestra, mentre le giornate ormai si mettevano a colonna nelle vicinanze dell'incontro per il titolo, ci fosse uno che fiatava. O per meglio dire, lo sai come sono le palestre di pugilato, di fiato buttato fuori se ne fabbricano cieli interi. Oppure pensa se ti capitasse d'andare nelle stalle d'inverno e vedi anche fumare le groppe delle vacche, per capirci.
Nell'allenamento, per la fatica è chiaro che succede: io lo chiamo il massacro di maschia fatica. Però normalmente tra una cosa e l'altra capita che partano frizzi e lazzi... nota che te lo dico addirittura nella maniera “acconcia”, senza nessuna parolaccia. Tanti uomini tutti insieme, di che vuoi che parlino, con quali ter-mi-no-lo-gie. Del resto è normale che ogni tanto uno senta il bisogno di togliersi il basto dal collo e sparare due cretinate. Ti dico, tu non riesci ad immaginartelo veramente, perché non hai mai provato, ma lo sforzo dell'allenamento del pugile è asfissiante. Il sangue, diceva il mio primo maestro di quando cominciai ragazzo, deve diventare come purè di bietola. Così diceva.
Ad ogni modo, ti spiegavo, più i giorni passavano andando verso la sfida per il titolo, più tutti si facevano come i cazzi loro. Tra una sessione e l'altra invece che buttarla là per far ridere gli altri, magari mettevi la testa nell'acqua, lorda com'era ormai di DNA alieno, con tutte le teste fradice di mota che vi si erano fram-mi-ste. E ce la tenevi un po' più a lungo, la testa nell'acqua; poi in silenzio ripigliavi a lavorare.
( tòrnaci, tòrnaci! )

Noi qua piedi ben piantati a terra, tergendoci il sudore dalla fronte come di arrivati da fuori. Non vogliamo entrare; non possiamo che gettare lo sguardo a questa città dal suo limitare. Dai margini, dai confini. Questo sebbene la città stessa ormai paia non finire mai, ma bensì sfilacciarsi come in una bava fattasi via via sempre più sottile, scremata da quella mole mostruosa di case e di strade come conficcate a morte sul viso della terra; strade di dentro e di prima. Dove siamo noi invece la città finalmente s'acquieta, e da oltre le ultime vie finalmente possiamo vedere un orizzonte libero almeno parzialmente, dei campi arati. Se ci andiamo, schiacciando coi piedi certe zolle ancora arse, ecco che il nostro limitare, il nostro mondo prende le forme di un avamposto traversato in alto dalle cordigliere dei cavi dell'alta tensione. Spessi come matasse, sono i muscoli di quel folle dedalo di strade che ci sta alle spalle, dentro i visceri della città accanita. Da dove siamo noi è come se non ci riguardasse. Torri di sementi, serbatoi, cortili, officine. Ci sono nel cielo grossi cirri lividi di temporale. In avanscoperta, volgendoci dopo il cammino d'orme lasciate nel campo, guardiamo ai lunghi palazzi della nostra periferia, che visti da qui s'immaginano come forniti di bocche di lupo cui affaccino le armi per respingere fuoco su fuoco i nemici. Noi stiamo nella città al suo limitare; ci teniamo fuori. E non fa nulla se chi invece sta dentro guarda a noi come una bolla violenta che ribolle senza legge o gioia. Un'isola dei pazzi, una Venezia salva che incontri poco prima che cominci lo spazio sempre più eroso del mondo aperto, o diciamo pure quella lunga teoria di fabbricati industriali che prolungano l'anima tossica della metropoli fin dentro i suoi mandamenti. Ed è questo che ci fa pensare che la città stessa verrà mordendoci, e poi masticherà e ingoierà quest'ultimo nostro avamposto, spostando in avanti la sua area torrida tessuta d'asfalto. E noi forse allora non saremo più nulla... chissà. Ma intanto combattiamo ogni giorno qui.


